Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2020

Andiamo subito al sodo…
L’inverno più nero di Carlo Lucarelli, Einaudi 2020.
Avevo cominciato a leggere e prendere appunti per tirar fuori la solita recensione. Bologna 1944, in piena occupazione tedesca, infestata da scontri tra la guerriglia partigiana e le Brigate Nere. Tre morti ammazzati tutti sul groppone del commissario De Luca: un ingegnere, un tedesco e un professore universitario, tre morti e tre storie da sciogliere per committenti diversi. Poi mi sono messo a seguire le indagini del Nostro, a cercare di cogliere la sua personalità, il suo spessore umano e l’ho visto spesso in azione tutto eccitato ma anche con la sensazione di paura che talvolta lo schiaccia e lo attanaglia. Non è un violento, e se una volta non riesce a trattenersi e schiaffeggia qualcuno viene preso da “un senso di smarrimento, quasi di vergogna, per quel gesto per lui così strano, e ancora un altro, di rabbia, per quel pudore così assurdo…” È lui che deve risolvere i casi perché, come gli dice qualcuno “…siete il più bravo e vi piace dimostrarlo. Perché vi ho messo in testa un piccolo tarlo che già sta lavorando e non ci dormirete la notte finché non metterete tutto a posto”. Un personaggio vivo, concreto, “particolare”. Che fiuta, costruisce, sbaglia, ripensa, ritenta, capisce. Poi mi sono segnato, qua e là, le caratteristiche di altri personaggi come Rassetto, Vilma, Altea, Sandrina, il Dentista, il Notaio, il dottor Petrarca… tutti quanti ben delineati con le loro diverse peculiarità a creare un coro di voci, umori e situazioni diverse. Ecco che la recensione stava per prendere corpo come sempre…
Ma ad un certo punto ho smesso di prendere appunti e mi sono lasciato avvolgere dal contesto, dal momento storico, dal dramma nel suo complesso che mi faceva ritornare alla mente certe storie ascoltate da ragazzo in famiglia e che circolavano nel mio paese. Certe storie che ora si ripetevano in una Bologna squallida, con bambini infagottati, donne in cerca di cibo, lotte immani per la sopravvivenza, in una Bologna di freddo e gelo che sa di fumo vecchio, di cenere, di sporco e canzoni a rammentarci il triste periodo. Al diavolo le indagini, al diavolo controllare se tutto torna, se tutto quadra. Al centro il dramma della guerra, della miseria, dell’uomo, lo schifo delle sue azioni, l’odio, la brutalità, il tradimento, la violenza, un misto di orrore, di paura e vergogna. Solo ogni tanto, dal vaso dell’orrido esce fuori, a stento e timida, qualche goccia di umanità, qualche goccia di commozione. Anche in quell’inverno “ruvido e freddo”. Nero.

Le tre Meduse di J.J. Connington, Il Giallo Mondadori 2020.
Castello di Ravensthorpe nella campagna inglese. La storia si apre con il colloquio tra il sovrintendente di polizia sir Clinton Driffield, ritornato dal Sudafrica, e Cecil Chacewater, fratello minore di Maurice che ha ereditato tutti i beni dal defunto padre. È in programma una festa mascherata per festeggiare il ventunesimo compleanno della loro sorella Joan. Il che non rende tranquillo Clinton. Un ballo è sicuramente apprezzabile se tutti gli invitati sono a viso scoperto, ma se le facce sono coperte da maschere… Anche perché Maurice è in possesso di una preziosa collezione ereditata che vuole vendere a un magnate americano, tra cui tre medaglioni autentici con relative copie attribuiti a Leonardo da Vinci che raffigurano la mitologica Medusa.
E qui viene il bello. Qualcuno, ovvero proprio Cecil, la cugina Ida e l’amico Faustus decidono di organizzare uno scherzo, un furto simulato rubando le Meduse, dopo aver spento l’interruttore centrale e immobilizzato il custode. Alle ventitré e quarantacinque prima che vengano tolte le maschere. E così avviene. Ma qualcosa non quadra perché si sente addirittura uno sparo e il ladro è un’altra persona diversa da quella stabilita che fugge via rincorso da Michael Clifton, fidanzato di Joan. Niente, non si trova, sparito nel nulla. E c’è di più. Nella vetrina spaccata contenente i medaglioni sono ritornati quelli originali. Chi li ha riportati e perché rubare solo le copie? Pazzesco…
Bella gatta da pelare per sir Clinton, ironico e burlesco ma anche ostinatamente deciso al momento opportuno e l’ispettore della polizia Armadale. Due personaggi che si contrasteranno con le loro ipotesi lungo tutto il racconto, mettendo in rilievo soprattutto le indubbie capacità del primo, fornito anche di ottima cultura (legge pure Edgar Allan Poe) e di una brillante fantasia.
Impossibile fare un resoconto senza svelare troppo anche perché i meccanismi d’azione risultano veramente complicati. Buttiamo giù qualche spunto. Intanto possiamo dire che l’artefice del furto doveva essere venuto a conoscenza, in qualche modo, dello scherzo. Sono da tenere d’occhio altri personaggi come il referente del magnate americano che deve acquistare la collezione prestigiosa, il suo cameriere, il suo autista e il guardiacaccia. Inoltre i due fratelli Chacewater si odiano proprio a causa dell’eredità e perché innamorati della stessa ragazza, ci saranno sparizioni, falsi personaggi, una bizzarra maledizione delle fate, passaggi segreti, superstizione, l’Uomo Bianco e l’Uomo Nero in giro (giuro), lettere false, un otofono Marconi (a cosa servirà?) e altre diavolerie compresi i morti ammazzati, naturalmente. Trucco finale del nostro sir Cecil per smascherare l’assassino con relativo inseguimento e sua ricostruzione di tutto il pazzesco ambaradan nei minimi particolari. Una storia davvero incredibile.
Per I racconti del giallo abbiamo La suggeritrice di Filippo Semplici
Piove. Una donna, Alma Guerrieri, su una panchina del Parco delle Viole. È sola con i suoi pensieri. Rimugina sul marito Albert che continuamente la tradisce. Pillole, unico antidoto per tristezza e paura. Ed ecco arrivare una signora alla quale, entrata in confidenza, confessa il suo tormento. Anche la signora ha avuto un marito simile. Ma se ne è liberata. Con l’omicidio…

Delitti in campagna di Marie Belloc Lowndes, Henry Wade e Ethel Lina White, Il Giallo Mondadori 2020.
“Se c’è un posto in cui gli autori di polizieschi hanno fatto morire con più gusto una legione di poveri sventurati, questa è la campagna inglese”, scrive il nostro Mauro Boncompagni nella sua Introduzione, dandocene un breve, succoso saggio. E allora vediamo un po’ cosa succede in questi due romanzi e un racconto…
La dama di compagnia di Marie Belloc Lowndes
All’inizio abbiamo la prima parte di un processo contro Eva Raydon, accusata di avere avvelenato con l’arsenico il marito Birtley. Poi si ritorna indietro di diciotto mesi. In concreto la storia dei due sposi, la ricerca di una bella casa, ovvero The Mill, le differenze di carattere e di vita, lei bella vedova spendacciona malvista dalla suocera, lui taccagno, entrambi serviti dalla dama di compagnia Adelaide Strain con il figlio Gilly che deve far studiare. A scuotere l’ambiente l’arrivo dell’ex ammiratore, diventato milionario, Jack Mintlaw, i loro incontri, l’aiuto finanziario che le dispensa, gli scontri con il marito. Durante il racconto sarà svelato il nome dell’avvelenatore ma tutto ruoterà intorno al fatto se, ritornando al giudizio della corte, Eva verrà giudicata colpevole o innocente. Gran tuffo nella psicologia dei personaggi e uno squarcio sui meccanismi del processo inglese.
L’ultima sera di Henry Wade
Siamo a Ferris Court. “Presso una delle finestre, quella più lontana dell’uscio, sullo sfondo scuro del tendone di velluto, un corpo sospeso nel vuoto dondolava orribile e sinistro”. Il morto è Albert Sterron, quindici anni più vecchio della bella moglie Griselda che ha un debole per Charles Venning, sceriffo della contea, ritornato in patria dopo molto tempo. Per il dottor Tanwort, un ometto tutto fuoco, trattasi sicuramente di suicidio, ma per l’ispettore Dawle qualcosa non torna. Ci si chiede soprattutto “come mai sia stato possibile che un uomo grande e grosso come il capitano Sterron si sia lasciato soffocare senza resistenza alcuna, senza lotta, senza gridare e, soprattutto, come possa il suo cadavere non presentare la minima traccia di violenza.”
Inizia un’indagine piuttosto controversa (scontri tra Dawle e il maggiore Threngood) partendo dal fratello Julius in contrasto con il morto perché stava lasciando decadere la tenuta, ormai desolata e abbandonata. Soprattutto importante sarà stabilire l’ora in cui è terminata la sua partita a scacchi (richiesta più volte) con l’amico James Hamsted la sera precedente il fatto terribile. E importante risulteranno pure l’autopsia del cadavere, il testamento, il rapporto della signora con il reverendo Speyd, la ricostruzione della personalità del morto (si scoprirà qualcosa di molto interessante), i suoi legami con uno studio legale di Londra. Decisivi un’ultima occhiata al luogo del delitto e un portasigarette d’argento trovato nella tasca posteriore dei calzoni del morto. Di mezzo il classico personaggio potente con conseguente arrivo dell’ispettore Lott di Scotland Yard. Una indagine veramente complessa in cui verrà fuori l’abilità di fiuto e osservazione dell’ispettore Dawle.
La vacanza di Ethel Lina White (inedito!)
Una mattina d’agosto. In un piccolo condominio quasi tutti sono pronti a partire per le vacanze come Janet Lewis, ragazza bella e attraente che occupa l’appartamento al quinto piano. Mentre al pianterreno Charles Bevan è costretto a letto per un infortunio, ad ascoltare il passaggio dell’acqua dei bagni nelle tubature. Nel palazzo accanto anche il cassiere di una piccola filiale di banca sta pensando alle vacanze, quando viene interrotto dall’arrivo di un bandito che lo stende secco con una pallottola in testa e si rifugia al quinto piano dove abita la ragazza. Janet è costretta a restare chiusa in casa terrorizzata insieme a lui e a svolgere il suo lavoro battendo a macchina e facendosi portare da mangiare dal portiere. Chi può aiutarla? Chi può salvarla? Forse proprio Charles Bevan. Ma in che modo se è costretto a letto?… Lotta disperata di una eroina. Brividoso.
Sfruttando la bella Introduzione di Mario Boncompagni c’è da dire che La dama di compagnia si basa su un famoso caso vittoriano irrisolto, quando fu ucciso Charles Bravo. In questa edizione, rispetto a quella vecchia italiana, abbiamo un finale a sorpresa perché nella precedente erano stati inserite delle aggiunte arbitrarie contro la volontà dell’autrice. Come già detto uno svisceramento dal punto di vista psicologico dei personaggi e analisi dei meccanismi del processo inglese. Sistema giudiziario sottoposto a critica anche, e soprattutto, ne L’ultima sera di Wade “qui ben visibile nelle schermaglie tra l’ispettore Dawle e il maggiore Threngood, il capo della polizia di contea”. Infine nell’inedito La vacanza c’è il sogno di scappare, almeno per un po’, dalla città ma non è detto che in campagna, come abbiamo visto, si stia più sicuri…

Sherlock Holmes. La notte degli inganni di James Moffett, Il Giallo Mondadori 2020.
Dicembre 1895 al 221B di Baker Street. “La poverina era inzuppata dalla testa ai piedi: l’acqua le gocciolava dai capelli scuri. Salendo, il suo vestito fradicio aveva lasciato una scia sul tappeto. Il viso, nascosto dietro ciocche di riccioli bagnati, era pallido, mentre gli occhi erano socchiusi, impauriti e stanchi. Ci scrutò entrambi, poi incespicò e cadde a terra, svenuta”. Trattasi di Eleonora Harper che chiede aiuto a Sherlock Holmes. È scomparsa Lucy Ward, una donna di facili costumi ma anche sua grande amica in un momento assai doloroso. Qualcuno le ha lasciato una lettera davanti alla porta, lei l’ha letta, poi l’ha messa sul fuoco e infine ripresa. Si leggono queste ultime parole… niente più intrusioni. Potrebbe arrivare il giorno in cui anche tu non vedrai più l’alba. A.S. E ora chiede l’aiuto di Sherlock Holmes. Che accetta…
Primo incontro proprio con la signorina Harper nella sua casa in una zona benestante di Warner Street e primo indizio, ovvero un lungo, sporco pezzetto di unghia ritrovata sul gradino dove era stata posta la lettera. Poi via a ricercare la casa della scomparsa in Sekforde Street e qui viene ritrovata uccisa sul letto con uno squarcio lungo tutto il collo. Sul tappeto della camera un altro pezzetto di unghia rotta simile alla precedente, mentre sul comodino un cumulo di cenere dall’aroma forte e speziato come quello fumato da un venditore ambulante incontrato in precedenza. Urge il contatto con l’ispettore Lestrade e già ci possiamo immaginare gli scontri con il Nostro…
La situazione si complica con la sparizione della stessa Eleonora. La domestica Celestine Tilcott ha ritrovato il suo cappellino non molto lontano dalla casa in Farringdon Lane. Sarà un’indagine dura quella dell’inseparabile coppia dentro un’atmosfera da tempo infame con pioggia, freddo, neve, squarci di paesaggio e vita di ambienti diversi, continua tensione, paura, scontri contro il capo di una banda che ha l’idea folle di mettere ordine nell’illegalità che impera a Londra. Con Holmes al centro della scena preso nei suoi pensieri, nelle sue deduzioni, da improvvisi cambiamenti di umore che mettono in sussulto l’amico Watson. Ma deciso ad andare fino in fondo usando tutti mezzi come il travestimento e l’aiuto degli Irregolari di Baker Street. Brividoso.
Per la rubrica Sotto la lente di Sherlock di Luigi Pachì qualche succosa notizia sull’autore e sull’apocrifo. All’interno anche il racconto Uno studio a sei zampe di Antonella Mecenero.
Luglio 1886. Suicidi a Folkestone: il medico del paese, il curato del luogo e la signora Jane Ross che si è buttata da un precipizio. “L’ispettore Cooper, non sapendo dove sbattere la testa” ha chiesto la consulenza di Sherlock che non è per niente convinto dell’ultimo suicidio. Via da chi ha eseguito l’autopsia, via sul luogo dell’accaduto, via dal dottor Finimore che ha scritto una interessante monografia sul comportamento di certi insetti attirando l’attenzione del Nostro. Infine dal marito della defunta con una scoperta davvero interessante. Sherlock deve affrontare il caso di petto anche a rischio della vita. E meno male che c’è vicino Watson…
Ottimo racconto e interessanti informazioni su certi insetti parassiti…

I Maigret di Marco Bettalli

Félicie del 1944
Storia anomala. Maigret irretito da una ventenne povera, brutta, insopportabile, tanto da passare un’infinità di tempo (e risolvere, alla fine, il caso) nella casetta dove la fanciulla, domestica di “Gambadilegno”, un anziano solitario e orso, viveva ormai da sola dopo il misterioso assassinio del suo padrone. Tutto il romanzo (brutalmente tradotto, nelle prime edizioni italiane, con La ragazza di Maigret), il cui scioglimento è sufficientemente ben costruito, anche se non particolarmente interessante, ruota intorno al loro rapporto, sostanzialmente privo di ambiguità sessuali (il commissario è, come ben sappiamo, assolutamente casto), ma poco spiegabile altrimenti, se non si vuole adottare un pattern banale e abusato come “padre-figlia”. Fatto sta che il racconto non appare particolarmente scorrevole, Maigret è scorbutico e raggiunge il massimo della trascuratezza con i suoi sottoposti, i soliti, cui ruba anche, senza alcuna spiegazione apparente, una magnifica aragosta per mangiarsela insieme a Félicie. Tutto sommato, non una delle prove migliori di Simenon, con un che di costruito e irrisolto che non giova al giudizio complessivo sul romanzo.

La prima inchiesta di Maigret del 1949
Un tuffo nel tempo. Simenon, con attenzione filologica ai minimi particolari, torna all’aprile 1913, quando il ventiseienne Maigret, assunto da quattro anni nella polizia, si trova alle prese, un po’ casualmente, con la sua prima inchiesta. La signora Maigret, con una parte di rilievo, è invece la sua sposina solo da 5 mesi: “era una ragazzona bianca e rossa, come se vedono solo nelle pasticcerie o dietro i banconi di marmo dei lattai, una ragazzona piena di vitalità che sapeva passare giornate intere nell’appartamentino di boulevard Richard-Lenoir senza annoiarsi un attimo”. Il contrappunto tra il potente commissario sicuro di sé e profondo conoscitore della natura umana e il giovane alle prime armi imbarazzato e insicuro di queste pagine ottiene un sicuro effetto, e la lettura è certo piacevole. Simenon indugia più del solito sui sogni di Maigret, poi realizzati, come in questo passo spesso citato: “immaginava un uomo di infinita saggezza, e soprattutto di infinita perspicacia, al tempo stesso medico e sacerdote, un uomo in grado in un’occhiata di intuire il destino delle persone. Un uomo da consultare come si consulta un medico. Una specie di accomodatore di destini… Non potendo portare a termine gli studi di medicina, era comunque entrato nella polizia, per caso. Ma era stato poi veramente un caso? E i poliziotti non sono qualche volta proprio degli accomodatori di destini?”. E non è certo un caso che, in questa sua prima avventura, Maigret si scontri subito con l’ostilità, la diffidenza e l’ipocrisia delle classi “alte”, da lui cordialmente detestate in ogni momento della sua vita. Con i delinquenti, gli emarginati, invece, l’intesa è spesso possibile: come in questo caso, in cui il poco raccomandabile Dedè, che tra l’altro ha rischiato di farlo ammazzare con una botta in testa micidiale, gli spiega in una trattoria di campagna il dipanarsi della faccenda che Maigret aveva potuto solo intuire.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Le unghie rosse di Alina di Christine von Borries, Giunti 2020.
Secondo romanzo per Giunti di Christine von Borries dopo il fortunato A noi donne basta uno sguardo. Stesso colorito scenario fiorentino, stessi personaggi di punta e di contorno e un nuovo mistero da risolvere, un nuovo spietato delitto per le quattro amiche Valeria Parri, Pm alla Procura di Firenze; Erika Martini, ispettore di polizia; Giulia Gori, giornalista e Monica Giusti, commercialista. Quattro poliedriche donne in carriera che riescono a mischiare assoluta incoscienza, professionalità, volontà, rischio, voglia di verità e giustizia a ogni costo, in una complessa trama dai tratti giallorosa. Tanto per cominciare però s’impone che ve le presenti. Dunque andiamo per ordine: Valeria Parri, pubblico ministero madre di due bambini con un terzo in arrivo e il pancione del settimo mese ma, purtroppo per lei, in fase di sofferta rottura con il marito, un professore universitario di successo concupito da una bella dottoranda.
Numero due: Erika Martini, cazzuta, pratica con successo arti marziali, ispettrice di polizia, molto volubile nei rapporti con gli uomini, madre single di un bambino di otto mesi, Tommaso, avuto da un professore tedesco. Tra loro è ancora burrasca (in via di accomodamento?) perché lei gli aveva nascosto il bambino e lui aveva cercato di prenderselo. Terza: Giulia, brava giornalista per una piccola testata di assalto, sempre sul pezzo, sempre pronta a cogliere ogni occasione al volo, in cerca dello scoop, in rapporti affettivi di astinenza forzata perché convinta di essere stata presa in giro dall’ispettore Nistri. Quarta e ultima Monica, valente commercialista in fase di ricarica (nel romanzo precedente lo studio per cui lavorava è andato a gambe quarantotto per colpa dei soci coinvolti in una brutta storia anche per la sua denuncia). Lei si è rimboccata le maniche, ha iniziato una nuova attività da sola, stringe i denti e comincia a farsi dei clienti, ma dal lato affetti sogna solo un bambino in casa, però è sempre impelagata con l’attore bellone egoista, che non vuole sentirne parlare.
Ma torniamo al romanzo e al cadavere di una donna, trovato da un pescatore nelle acque di un torrente poco lontano da Montelupo Fiorentino. La vittima ripescata dalla scientifica, una bella ragazza, vestita bene, con lunghi capelli biondi e le unghie laccate di rosso, è stata strangolata. Dopo i primi successivi fortunati accertamenti salterà fuori che si tratta di una prostituta ucraina di livello, Alina, che abitava con due amiche in piazza del Carmine. Un delitto legato alla prostituzione? Alina è stata punita per uno sgarro? Un cliente insoddisfatto? Tuttavia qualcosa non quadra e l’autopsia indirizza presto verso un diverso scenario. Infatti si prospetta anche l’ipotesi che quello che si vorrebbe far sembrare un omicidio commesso d’impeto celi invece una complicata storia criminosa. Saltano fuori giri di denaro che collegano quella brutta faccenda agli interessi di un certo giro altolocato di Firenze, disposto a tutto pur di soddisfare le proprie voglie. Voglie che contemplano l’avere un figlio, scavalcando leggi e regole, a ogni prezzo e a ogni costo. Un bell’impiccio, tanto lavoro da fare e un’infinità di problemi e contrasti da sormontare. E tuttavia tra una cena, un caffè, un allenamento, un aperitivo e una serata a teatro, le inseparabili amiche Valeria, Erika, Giulia e Monica, riunendo forze e intelletto, non solo riusciranno a far quadrare il gran casino di trame sentimentali, tradimenti e tensioni familiari che affollano le loro vite, ma riusciranno a incastrare i pezzi di un camaleontico puzzle legato alla morte di Alina. Tutto questo in virtù di un’arma in più, potente ed efficace: intanto essere donne, e come tutte le donne costrette da sempre a giocare su più tavoli e sbrogliare più situazioni, ma soprattutto per il senso di amicizia, la complicità e la solidarietà che le ha legate per tanti anni. Ma il pericolo, abilmente mascherato, è in agguato e pronto a colpire, tanto che stavolta il nostro agguerrito quartetto al femminile rischierà addirittura la vita per scoprire la verità.

Un villaggio scomparso di Tim Weaver, TimeCrime 2020.
Da dieci anni conosciamo David Raker, ex poliziotto del Met, la celeberrima polizia metropolitana inglese, che ormai opera come detective specializzato nella ricerca di persone scomparse. E Un villaggio scomparso è la sua decima avvincente avventura. David Raker ha appena accettato uno spinoso incarico da Ross Perry. Due anni e mezzo prima, nel 2015, i nove residenti dell’elegante complesso abitativo di Black Gale (quattro danarose coppie di amici: i Perry, i Davey, Randolph Solomon e la compagna Emilie Wilson e i Gibbs con il figlio diciannovenne Mark) avevano deciso di cenare e passare insieme la serata di Halloween. Era sabato e dalle foto, il loro ultimo ricordo, scattate in quelle ore e poi ritrovate in seguito, avevano chiacchierato, giocato, mangiato, bevendo e brindando allegramente. Insomma si erano divertiti. Indossavano maschere, scherzavano… Ma il giorno dopo, la mattina di domenica 1° novembre, il figlio dei Perry, Ross, aveva chiamato senza riuscire a rintracciarli; aveva riprovato la sera e aveva cominciato a impensierirsi la mattina dopo, ma impellenti impegni di lavoro l’avevano costretto a rimandare una corsa a Black Gale fino al giorno 3, quando Rina Blake, figlia dei Davey, gli aveva telefonato da Cambridge. Neppure lei riusciva a contattare i genitori da giorni. E aveva provato a chiamare anche gli altri vicini senza successo. Solo a quel punto Ross Perry, spaventato, aveva preso la macchina per raggiungere Black Gale, situato a circa trenta chilometri a nord di Cressington, centro rurale del Devonshire. Al suo arrivo, il deserto. Insomma aveva trovato le case chiuse in perfetto ordine, non si vedevano segni di effrazione o colluttazione ma nove persone erano sparite. Gli allarmi non erano inseriti e le macchine erano al loro posto in garage, mancava solo il furgoncino Volkswagen di Salomon…
Siamo davanti a una ghost story che ha visto persone dissolte nel nulla? Di loro appena un soffuso ricordo. Una beata comunità di nove persone scomparse senza lasciare traccia di sé? Ma poi sono veramente esistite? E, se lo sono, cosa mai ha rotto l’idillio? Qualcosa che aspettava minaccioso nell’ombra, nel buio di una pace trasformata improvvisamente in trappola mortale? Cosa si nasconde dietro questa storia di un villaggio scomparso?… Con un romanzo che pareva volersi ammantare del pathos di un evento fuori dal normale capitato proprio la notte di Halloween, quando vanno i giro i fantasmi, ancora una volta Weaver centra il bersaglio e coinvolge il lettore fino all’ultima delle sue ben 449 pagine.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi vi presento Benvenuti a Rocca Taccagna di Geronimo Stilton, PIEMME 2015.
Geronimo, Tea e Trappola sono stati invitati al matrimonio del loro cugino Virgulto con Cloachina a Rocca Taccagna. Arrivati al castello sono accolti in un modo un po’ strano: per cena gli è stata offerta una lenticchia farcita come antipasto, consommé di noccioli di oliva per primo, una fettina di pisello lesso per secondo e una fagiolo in umido come contorno.
La notte prima del matrimonio Geronimo sente dei rumori metallici e va a controllare in soffitta. Lì vede suo cugino Virgulto che conta le monete e scopre che vuole sposare Cloachina solo perché è ricca.
Allora Geronimo e Tea convincono Cloachina a non sposarsi. Cosa farà Cloachina? Si sposerà o no? Ma soprattutto, Geronimo, Tea e Trappola riusciranno a tornare a Topazia? Perché il loro cugino Virgulto è molto arrabbiato…

Le letture di Jessica
Cari ragazzi,
oggi vi presento Il gatto con gli stivali di Charles Perrault, Giunti 2017.
Un mugnaio ha tre figli. Alla sua morte lascia al primo figlio il mulino, al secondo l’asino e al terzo il gatto. Il terzo figlio si lamenta perché è troppo povero ma il gatto lo rincuora, gli basta un cappello, un sacco e gli stivali per farlo ricco. Va nel bosco, cattura un coniglio e lo porta al re dicendo che è un dono del suo padrone, il marchese di Carabas. In seguito gli porta altri doni e gli farà conoscere anche il suo padrone. Poi sconfiggerà un orco che può trasformarsi in qualsiasi animale. Gli chiede di trasformarsi in un topo e se lo mangia. Così gli prende tutte le sue ricchezze e lo fa sposare con la figlia del re. Il gatto è furbo e l’orco brutto, antipatico e bischero.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio 2020

(Anche quest’anno, incredibile ma vero, il nostro Fabio Lotti compie gli anni!
Auguri di buon compleanno, Fabio!
)

In attesa di rivedere e riabbracciare i miei nipotini ho ripreso in mano alcuni libri che avevo letto insieme a loro come Racconti per i bambini, Fiabe illustrate, Cento racconti illustrati e Storie illustrate dai miti greci, tutti pubblicati dalle Edizioni Usborne, per sfogliarli e rivivere qualche momento bello della mia vita.

L’amante di pietra di Stefano Di Marino, Il Giallo Mondadori 2020.
Avendo letto con soddisfazione sia Il palazzo dalle cinque porte che La torre degli Scarlatti, nei quali è presente il solito, ben riuscito protagonista, non ho avuto remore nel beccarmi anche questo.
Dieci anni prima. Villa sul lago. Una ragazza, giovane, bella, elegante. Ha proprio qui un appuntamento con qualcuno che le ha dato le chiavi per entrare. Silenzio, buio, fruscio, un gatto, profumo d’incenso. Statue di pietra posate su piedistalli. Fra cui quella una di una ragazza che ha conosciuto e poi è scomparsa. Ormai è troppo tardi…
Amsterdam, oggi. “Un uomo alto, con i tratti fini, i capelli scuri e lunghi sulle spalle, appena screziati con qualche sfumatura di grigio”, sguardo intenso ed abiti eleganti. Ovvero Bas Salieri, illusionista, mago, “cacciatore di falsi santoni, rivelatore di truffe e inganni ai danni della povera gente”, amante di thriller ed esperto di Taiji, una forma di arte marziale. Alla ricerca, fruttuosa, del manifesto cinematografico La magia nera nei secoli di Demetrio Savini, anno 1998. Praticamente il suo ultimo film horror. Che non piace molto a Zaira, la magnifica brasiliana segretaria di Bas. “È orrendo, un sogno di un folle”, la sua lapidaria definizione. Dopodiché una strana telefonata e sparisce, Non si trova più. Che collegamento potrebbe esserci tra Demetrio Savini morto da molti anni, geniale regista incompreso e Zaira che non aveva risposto alla domanda sui loro eventuali rapporti?
Ed ecco la telefonata dell’ispettore Vorbrek. Una ragazza è stata uccisa vicino al canale Singel nello Spui con la gola tagliata, intorno a lei un pentacolo con numerose candele rosse. L’arma, si saprà in seguito, potrebbe essere un Salmaguda originale… Iniziano le indagini della polizia e di Bas. Nella camera di Zaira una stanza segreta, una foto con cinque ragazze tra cui quella assassinata insieme a Demetrio Savini. Sul retro i loro nomi e una frase “Lucille Hubeq, Elisabetta Briggi, Zaira Vargas, Valeska Ramek e Hedelweiss Holmen. Le stelle nere del Maestro.” Tra l’altro Elisabetta Briggi, attricetta ballerina, era sparita nel nulla, classico caso irrisolto per il commissario di allora Francesco Scotti che ne era rimasto ossessionato. Sembra che ci sia di mezzo una setta di adoratori del demonio bruciati vivi dall’Inquisizione nel XIII secolo, i cosiddetti Supplizianti. Qualcuno vuol far credere che siano di ritorno?
Le indagini di Bas diventeranno delle vere e proprie peripezie tra una città e l’altra, partendo da Praga per ricercare una ragazza della foto. Qui scopre che si è messa sotto la protezione degli Uomini dagli Occhi di Piombo, nazisti, criminali, dediti a orge che finiscono nel sangue. E qui ci sarà l’incontro con Nieves Scotti, figlia del già citato commissario Scotti, che vuole continuare la ricerca del padre. I due faranno coppia e si aiuteranno a vicenda (classico momento di eros). Si passa poi a Berlino dove Bas è sempre più convinto che esista un motivo grave per quella riunione di donne diverse fra loro dopo tanti anni. Qualcosa che Lucille Hubeq aveva rivelato a Zaira la notte in cui era stata assassinata. Infine ultima meta Torino, l’incontro con l’amico Corrado Arvale che lo aiuta nelle ricerche sulla storia dei Supplizianti e il vicequestore in pensione Sauro Panitta appesantito dall’età e dalla buona cucina, cappotto spigato, cappello di feltro, baffi grigi e mente fina. Via alla ricerca di chi aveva conosciuto e lavorato per Savini, mentre qualcuno vuole rintracciare le ragazze per mettere in scena un rito sacrificale alla prima luna piena. E non c’è molto tempo per salvarle. Siamo davanti alla villa del lago Maggiore. Il cerchio si chiude.
Capitoletti brevi alternati a passaggi più lunghi secondo andamento e importanza: dubbio, assillo, mistero, magia, superstizione, sesso, perversione, paura, pericolo, scontri (con un individuo gigantesco, l’albino) e morte soprattutto per coloro che sono venuti in contatto con Bas. Insomma un’atmosfera che circola brividosa per tutto il racconto insieme a spunti vividi di personaggi, di squarci di città e paesaggio, di luoghi ambigui, interni bui e foschi a mischiare reale e fantastico. Si avverte, da parte dell’autore, la sua passione per la ricerca, lo studio delle fonti per conoscere, capire e rappresentare al meglio un mondo oscuro e spaventoso. In concreto un lavoro complesso sapientemente orchestrato.

Dov’è Cicely? di Anthony Berkeley, Il Giallo Mondadori 2020.
Londra anni Venti. Si parte con il sorriso che l’autore riesce a strapparci attraverso il dialogo tra il giovane gentiluomo Stephen Munro e il suo valletto Ebenezer Bridger. Il primo sta spiegando al secondo la sua nuova situazione finanziaria decisamente critica che comporta anche il suo licenziamento e la risposta è sempre uguale e monotona “Sì, signore”. In effetti Stephen è costretto a trovare lavoro come valletto, insieme a Bridger, al servizio dell’ultima erede della famiglia Carey, ovvero lady Susan Carey a Wintringham Hall nel Sussex.
Se la dovrà vedere con lo spigoloso maggiordomo Martin (scontri continui fra i due), incontrerà due vecchie conoscenze come l’ex fidanzata Pauline (ora insieme ad un magnate della finanza) e Freddie, nipote della lady. Quest’ultimo fautore di un esperimento di magia con gli ospiti della migliore società durante il quale sparirà nel salotto, dopo urla, colpi tremendi e un odore di cloroformio, Cicely Vernon (aveva già dato segni di agitazione e timore) figlia di una cara amica di lady Susan. Qualcuno pensa che si tratti di uno scherzo della stessa Cicely, qualcun altro che sia stata rapita. Comunque è sparita. E non si riesce a trovare da nessuna parte. Solo una sua sciarpa è finita impigliata nella cornice di un grande quadro. Come è potuta arrivare lì?… E perché lady Susan afferma di sapere dove si trova e non vuole dirlo?…
In seguito verrà scoperta la vera identità di Stephen che sarà accolto, comunque, come ospite e indagherà insieme a Paula su quell’incredibile, inconcepibile mistero. Tra le varie caratteristiche del racconto abbiamo il classico passaggio segreto, qualcuno tra gli ospiti che a suo tempo è stato in prigione, un uomo bruno non identificato che si aggira per il bosco, la sparizione di una bella collana di lady Susan e chi potrebbe conoscere la verità viene trovato ucciso dal ramo di un albero caduto sopra di lui, Morte accidentale o omicidio? Addirittura potrebbe trattarsi dell’uomo sbagliato al momento sbagliato e la vittima designata doveva essere proprio Stephen che aveva detto di passare di lì. A complicare il caso arrivano delle lettere ricattatorie a lady Susan. Deve versare una cospicua somma in un determinato luogo pena la morte della povera Cicely. Continui dubbi, continui tormenti per Stephen e Paula fino a quando arriva la luce che svela il mistero con l’apporto sostanziale di Bridger.
Grande maestria nel delineare con pochi tratti efficaci le caratteristiche dei vari personaggi che rimangono vivi nella mente del lettore. Brivido, mistero, buio, paura, scontri insieme a momenti sentimentali con l’amore ritrovato. Soluzione in tutta sincerità assai complessa da seguire con l’occhio sveglio dopo una bella bevuta di caffè. E non è detto che ci si raccapezzi.
Per I racconti del giallo abbiamo Il respiro del diavolo di Marzia Musneci.
Un morto sotto il ponte della Magliana colpito al cuore con una lama. Su pollice e indice lievi abrasioni. Segue altro cadavere in un luogo frequentato da tossici. Colpo di arma da fuoco dritto al cuore, mozzate le dita e distrutto l’arcata dentaria. Lavoro per il vicequestore aggiunto Fidelio Barca e i suoi assistenti. Di mezzo certi superpeperoncini cuciti nella fodera di un giubbotto di pregio rubato a un morto ammazzato dal suo assassino che è stato a sua volta ammazzato. E, guarda caso, c’è proprio un convegno per appassionati del peperoncino in un hotel di Castel Gandolfo. È lì che bisogna andare…

L’animale più pericoloso di Luca D’Andrea, Einaudi 2020.
Dora Maria Holler, nata e cresciuta a Sesto Pusteria in Alto Adige Sudtirol, ha tredici anni e le treccine bionde. Sta scappando di casa con uno zaino, gli scarponi da montagna, una cartina e diverse provviste per salvare il rifugio di una lince. È una ambientalista convinta come Greta Thunberg (legge saggi sull’ecologia e una serie di importanti monografie). Ha un appuntamento con “Christopher”, ovvero Gert Shafer conosciuto su internet e convinto fautore della Resistenza contro l’animale più pericoloso che sta distruggendo il pianeta: l’uomo. Ma Gert è tutt’altro la persona che dice di essere…
Collegato a questa fuga l’assassinio di Hannes Baumgartner, precedenti “per droga, percosse, rissa e resistenza a pubblico ufficiale”. Guardiano notturno del parco-zoo di Dölsach e autista di una Renault per trasporto di materiale biologico pericoloso. Ma perché ucciderlo e chi lo ha fatto?…
Inizia la caccia. Una lunga, faticosa rincorsa. Classico gruppo di lavoro poliziesco composto da diversi soggetti ognuno con il proprio vissuto, i propri obiettivi, le proprie esperienze e preoccupazioni. Tra i quali si distingue il capitano dei carabinieri Victor Martini, destinato all’ufficio scartoffie, che si porta dentro l’orrore di non aver salvato le donne dello Squartatore di Testaccio. Alla caccia di Gert anche Alto e Basso con propositi per nulla amichevoli…
A capire l’intricata, incredibile situazione che si verrà creando il citato e tormentato Victor, “eroe” a suo modo, tra lo scontro di poteri all’interno della polizia. Durante il racconto ci aspetta una serie di fatti ed emozioni che si intrecciano fra loro: solitudini, intrighi, rapimenti, violenza, orrore, commercio di carne umana (“Un giro di “carne”, di cui l’Europa intera si nutriva come un vecchio vampiro in cerca di sangue fresco”), il passato che riemerge funesto, il cambio di prospettiva, la sorpresa che non finisce di stupirci di fronte alla falsa apparenza. Pioggia, tuoni, gemiti, grida, pianto. Morte.
E rabbia, incazzatura. La piccola Dora è incazzata con il mondo intero così come Victor (anche con se stesso). C’è tanta rabbia davvero in questa storia insieme a tensione, continui, veloci cambi di scena e passaggi temporali nella terra del Sud Tirolo, ricca di tanta forza suggestiva. Ovvero la Natura ancora bella, grande, possente, magnetica, di fronte alla piccolezza e meschinità dell’uomo.

Lui è Bill Scott. Lei è Eve, la stupenda moglie di un gangster di Miami. Sono scappati a Cuba e ora si trovano in un bar affollatissimo. “All’improvviso, lei mi si afflosciò davanti come uno zampillo d’acqua e giacque raggomitolata ai miei piedi”. Eve è stata uccisa con un lungo pugnale dall’impugnatura particolare: una scimmietta accoccolata che si porta le mani agli occhi. Ecco l’inizio di uno dei libri più belli che abbia mai letto. Anche se si tratta della terza (o quarta?) lettura di L’incubo nero di Cornell Woolrich, Mondadori 2008.
Per Bill le cose si mettono male. Tutto sembra congiurare contro di lui. L’altro pugnale che ha portato con sé (impugnatura diversa con solita scimmietta che si tappa le orecchie) sparito, il venditore che mente. Unica via di uscita la fuga, che le prigioni cubane non sono noccioline. Corsa fra i vicoli, aiuto insperato di una donna (Mezzanotte). Salvezza, flash back del suo incontro con Eve. Piccola luce in un tunnel senza speranza. Ritrovare il fotografo che ha scattato una fotografia proprio nel momento in cui erano insieme al bar. Chissà, forse si può sperare di vedere chi ha pugnalato Eve. Ma il fotografo è stato rapito…
Trama semplice, essenziale. Descrizioni accurate delle strade, dei vicoli, dei locali, delle persone. Prosa sicura, creativa, scintillante. Capace di penetrare nei meandri della psicologia umana. Figure a tutto tondo. Vere, reali. Uomini e, soprattutto, donne (sulle “donne” di Woolrich si aprirebbe un capitolo a parte).
Si legge tutto d’un fiato. E a bocca spalancata (sarà dura recensire altri libri).

I Maigret di Marco Bettalli

Il morto di Maigret del 1948 (disponibile anche in audiolibro)
Inizialmente pubblicato in Italia con l’insensato titolo Ben tornato Maigret e scritto in America (da qui forse una maniacale insistenza sulla topografia parigina, con itinerari descritti via per via), è un Maigret godibilissimo in molti momenti (la telefonata da casa con il mitico giudice Coméliau, la lettura di Dumas mentre Maigret è malato, i poliziotti che tengono aperto un bar per svariati giorni, con la moglie di uno di loro che si fa toccare il culo mentre serve a tavola e conquista clienti con i suoi manicaretti, la “guerra fredda” con Colombani, l’amico capo della Pubblica Sicurezza che sembra a sua volta un malavitoso), sorta di cronaca giornalistica su come si conduce un’inchiesta, piuttosto che un giallo vero e proprio. Appostamenti di giorni interi, Moers che ricava l’inimmaginabile da tracce minime e non dorme mai (come del resto il commissario, che non a caso, alla fine, per suggellare la chiusura del caso, piomba in un sonno profondissimo), telefonate, ricerche capillari, viviamo tutto “in presa diretta”: la polizia è mobilitata alla ricerca di una banda dell’est Europa dedita in tutta la Francia a rapine condite di omicidi e torture spaventose, guidata a Parigi da un insospettabile giovane, elegante e accompagnato da una ancor più giovane attricetta.

Maigret va dal coroner del 1949
Ultimo tributo di Simenon al suo soggiorno americano dopo la II guerra mondiale (v. Maigret a New York, n.26): il commissario in visita d’istruzione capita a Tucson, in Arizona, ad assistere alle indagini preliminari sull’uccisione di una ragazza, trovata morta sui binari dopo una notte di bagordi con dei giovanissimi aviatori di stanza da quelle parti. Se si prende il romanzo come trattatello sociologico sull’America di quegli anni vista da un europeo, ci troviamo di fronte a osservazioni intelligenti e a una simpatica disanima della irriducibile diversità degli americani. Se lo prendiamo come un giallo, è di una noia mortale, con tanto di disegnini su tracciati di ferrovie e strade che nessuna persona pur dotata di senno è in grado di seguire; anche la soluzione è di nessun interesse. Restano, negli interstizi di queste due strade maestre, svariate gags abbastanza simpatiche, centinaia di litri di alcool consumato dallo stesso Maigret e da tutti i personaggi (il bere è una vera e propria ossessione, sono praticamente tutti ubriachi o sul punto di diventarlo, con la passione dei seguaci di una religione. Attenzione: è però l’unico romanzo in cui Maigret beve anche una Coca-Cola!) e poco altro: ripeterò quanto già detto nel precedente “americano”: a Maigret non si addice l’America.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Il paese mormora. Le indagini del commissario Berté di Emilio Martini, Corbaccio 2020
Il commissario Berté ha assoluto bisogno di riposo, tradotto in parole povere “deve” staccare. L’improvvisa morte del questore Maestroni, che lo rivoleva in pista a Milano, e l’inquietante e drammatico caso che ha coinvolto la Procura di Lungariva, uniti alle incertezze legate al futuro professionale, lo hanno messo alla prova. Nonostante le amorevoli premure della Marzia, pronta per lui a traslocare e seguirlo ovunque, naviga nello stress. Il Questore di Genova, al telefono, gli ha ingiunto di stare calmo, di pazientare e attendere le decisioni superiori del CDA, ma insomma… Brutti pensieri a pioggia. Ragion per cui si lascia convincere dalle raccomandazioni di un amico, spalleggiato dalla Marzia, a concedersi una vacanza settembrina in mezza montagna: vacanza che sarà rallegrata da buone letture (e magari buttar giù qualche pagina), da ottima cucina garantita e ristoratrici passeggiate montanare. La località raccomandata caldamente è Montenorbo, ridente paesino della Valcamonica, ma sappiate che Montenorbo non si chiama così (questo è un poliziesco, non una guida turistica). E ormai saprete che le Martignoni in ogni romanzo offrono sempre generosamente ai lettori almeno due gialli: la trama del libro e un racconto del commissario. Stavolta si sorpassano e ci regalano persino l’indovinello di scoprire il nome del loro salubre paese fungaiolo e vacanziero. Indovina indovinello… E tutto allo stesso prezzo di copertina. Comunque, dicevamo, arrivati a Montenorbo, dopo abbastanza ore di viaggio da scatenare l’ansia di Bertè per quanto possa essere successo a Lungariva in sua assenza, l’accoglienza dell’albergo, una pausa prima di cena a letto con la Marzia e più tardi, in sala da pranzo, il corposo e gustoso menu lo fanno sentire subito meglio. Ma, ma… ma al tavolo vicino siede un coppia della zona. Loro coetanei più o meno. Parola tira parola, domanda tira domanda, supposizione altra supposizione e via dicendo. Insomma, mentre sono ancora seduti a tavola salterà fuori che, sotto la finta e sorniona tranquillità locale, da oltre trent’anni serpeggiano in paese perfidi e leggendari pettegolezzi, rancori, sospetti, maldicenze e, neppure velate, accuse vere e proprie. Se fosse tutto vero, saremmo davanti a un cold case con i fiocchi e appare più che giustificato il desiderio di fare chiarezza su un passato fosco che ha segnato la vita di alcuni abitanti. Altro che vacanza per Berté: il nostro si ritrova coinvolto in una brutta e complicata storia di paese che racconta una strana catena di incidenti, magari di delitti mai risolti? Spesso la realtà va al di là della fantasia: oddio, la jella può sempre colpire a raffica, ma intanto c’è la coincidenza che tutte le vittime erano amici tra loro, come se una sinistra maledizione abbia gravato per anni nella vallata. A partire dalla morte di Celeste Re, una bella ragazza di ventidue anni, precipitata in un crepaccio durante una gita in alta quota con un gruppo di amici. Dopo di lei, uno dopo l’altro avevano perso la vita tre dei quattro fratelli Griffi, membri della stessa comitiva in quel giorno della fatale gita in montagna. Ogni volta gli inquirenti avevano indagato, formulato delle ipotesi ma non avevano mai trovato elementi per sospettare il coinvolgimento di qualcuno e le morti erano state archiviate come accidentali. A Montenorbo si mormora che Fausto Griffi, il figlio minore e unico superstite della famiglia, cerchi da anni un documento di inestimabile valore… Gigi Berté stavolta però non può contare né sulla sua squadra né su aiuti tecnologici. Può servirsi solo del suo buon senso e del suo intuito. Prestando ascolto ai dubbi e ai timori di un preoccupato e riservato veterinario, da poco vedovo, sarà costretto a inanellare faticose passeggiate montane, a incontrare e sondare vecchi testimoni, e a recarsi agli appuntamenti di un inquietante personaggio, una specie di veggente, una poetessa e scatenata femminista ante litteram. Si scoprirà che i dubbi e i timori del vecchio veterinario erano fondati. Ogni storia e ogni morte hanno la loro imprevedibile logica e il conseguente e contorto perché, ma quelle verità che emergeranno dalle nere ombre del passato, provocheranno solo grande amarezza. Un giallo da manuale che sarebbe quasi potuto uscire dall’agile penna di Agatha Christie…

Grosso guaio a Roma Sud di Marzia Musneci, Todaro 2020.
Per me che ho vissuto e ricordo il clima e i personaggi che affollavano il mondo e le borgate romane degli anni Settanta, è facile immedesimarmi nelle folli, al limite dell’incredibile, avventure dei due gemelli congiunti (per i lettori forse più facile dire siamesi) Zek e Sam. La cornice, il ritmo della storia e l’ambientazione ricordano i film dell’epoca interpretati dal barbuto Tomas Milian, pseudonimo di Tomás Quintín Rodríguez. Tomas Milian, ottimo attore, sceneggiatore e cantante cubano naturalizzato americano che, con l’indimenticabile voce presa a prestito da Ferruccio Amendola, è ancora nella memoria romana per la sua interpretazione di Nico Grandi, poliziotto dai modi spicci ma efficaci, oppure per quella di Sergio Marazzi, er Monnezza, funambolico, abile e irresistibilmente comico ladruncolo della capitale. Un mondo vero però che esisteva, camminava e s’azzuffava per strade, un mondo cantato persino negli stornelli. Roma è la città dei grandi stornelli, spesso abilmente rivisitati dai loro più famosi interpreti in ballate della malavita, vedi le celebri Nun ce vojo sta, Roma Capoccia, Sora Rosa, E lasseme perde
Canzoni diventate spesso l’emblema e l’accompagnamento musicale di tanti film del genere. Canzoni che rispecchiano fedelmente lo spirito e l’atmosfera, o meglio il sapore che si può gustare leggendo Grosso guaio a Roma Sud di Marzia Musneci. E i suoi protagonisti, infatti, esibiscono caratteristiche che resero allora celebri quei film: l’involontaria comicità, il dolore di fondo e un’inconscia pulizia, nonostante certe spesso non limpide scelte di vita.
I protagonisti Zek e Sam, gemelli congiunti ovverosia siamesi, soli dopo la morte della madre, cresciuti nell’orfanatrofio della parrocchia, incontenibili, orgogliosi, rissosi e per questo affidati adolescenti dal prete al gestore di una piccola palestra di periferia, continuano a sfogare la loro rabbia boxando come sparring partner e vivacchiano, cercando di arrangiarsi. Ormai catalogati come balordi dalla polizia, ovverosia piccoli delinquenti di periferia, accettano l’incarico da Chick Lanzetta, un boss del quartiere, di dare una ripassata a un vecchio orologiaio, insomma una lezione che lasci il segno, per fargli abbassare la cresta. Ma l’incarico, puntualmente eseguito, si rivela solo un tranello e per loro una gran brutta grana. Il vecchio orologiaio infatti viene ritrovato morto, ucciso a coltellate. Insomma qualcuno l’ha fatto fuori e cerca di appioppar loro il brutale delitto…
Per fortuna nella loro disordinata indagine potranno contare su alcuni veri e magari imprevedibili appoggi quali: il vice ispettore Nick Castillo, che li conosce bene ed è convinto che in questo caso siano solo capri espiatori e sul suo capo, l’ottima ispettore Miriam Fantini. Un altro genere di aiuto lo riceveranno da Bob Carrezza, smaliziato giornalista di cronaca nera, ben ammanigliato anche in questura che, rischiando anche di persona, annusa nel caso guai di grosso calibro che stanno sconfinano in ogni dove. E non basta perché avranno anche l’incondizionato appoggio di Minny Morelli, il loro allenatore di boxe di Abbe, o meglio Abdullah, lo straordinario barista, erede del locale del sor Quirino e della “magica” Luz moglie di Abbe, l’albina dagli straordinari poteri di sensitiva.
Marzia Musneci, sfruttando con abilità e buon gusto le caratteristiche del giallo, immerge il lettore in una Roma di periferia, in cui già i tentacoli della criminalità organizzata influiscono e condizionano delle persone e contemporaneamente si intrecciano con antiche credenze popolari, le scelte, i dilemmi e i drammi personali di tutti i personaggi.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi è la volta di Lo strano caso del vulcano puzzifero di Geronimo Stilton, Nuova Edizione PIEMME 2015.
Per Geronimo è una normale giornata di agosto come tante altre. Sta andando a mangiare un bel gelato con il suo nipotino Benjamin alla gelateria Rattodighiaccio. Lì incontra un suo caro amico di nome Ficcanaso Squitt. Appena esce dalla gelateria Geronimo si accorge che sta nevicando, gli sembra un po’ strano visto che è agosto. Attraverso delle onde radio il suo amico Ficcanaso riesce a scoprire che il professor Bu, uno dei più malvagi di Topazia, ha costruito un laboratorio per produrre neve artificiale e conquistare Topazia. Allora Geronimo e Ficcanaso partono per il Vulcano Puzzifero, da dove proviene la neve, per mettere fine a questa storia. Sarà una lotta dura per Geronimo. Riuscirà a sconfiggere il professor Bu e tornare sano e salvo? Ma, soprattutto, salverà Topazia?…

Le letture di Jessica

Cari ragazzi,
oggi vi presento Pollicino di Charles Perrault, Giunti 2003.
In un bosco vive un taglialegna con la moglie e sette figli.
Il più piccolo si chiama Pollicino.
Si perdono nel bosco e vanno a bussare alla casa di un orco. Qui vengono messi a letto dalla moglie.
L’orco li vuole mangiare ma Pollicino cambia i cappelli dei fratelli con le coroncine delle figlie dell’orco.
Riescono a scappare e si rifugiano in una grotta.
Poi Pollicino ruba gli stivali delle sette leghe all’orco mentre dorme e corre verso il castello del re.
Riesce ad avere un forziere d’oro, ritorna a casa e compra un castello. Che forte questo Pollicino!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio 2020

Da questo mese incomincerà la sua collaborazione, oltre al nipotino Jonathan che già conoscete, anche la nipotina Jessica. Con il mio aiuto, naturalmente. Un modo per stimolarla a leggere e scrivere. Un modo per trasmettere anche a lei la mia passione per i libri. Forza Jonny! Forza Jessy! E forza a tutti i nonni e ai nipotini del mondo!
Buon Anno!!!

Sherlock Holmes. Donne, intrighi e indagini di Martinelli, Mezzabarba, Nava, Solito, Vesnaver e Voudì, Il Giallo Mondadori 2019.
Uno studio in Hudson di Luca Martinelli
Watson e una delle sue avventure più angoscianti del 1899. La signora Hudson è sparita, “non si trova nel suo appartamento, né in soffitta o nel resto della casa”. Sherlock teme che sia stata rapita. Indizio preoccupante un piccolo triangolo di stoffa bianca appartenuto al grembiule della suddetta. Via alla ricerca sfruttando anche i famosi Irregolari. Forse c’è di mezzo la banda dei testamenti che minaccia “donne anziane e sole che la morte di un parente ha reso beneficiarie di un lascito testamentario”. E qualcuno chiede un riscatto attraverso il “Globe”. Ma Holmes ha già capito tutto proprio dalla lettura del giornale e si appresta a fornire la spiegazione con la solita studiata teatralità.
La dama velata di Giacomo Mezzabarba
Mattina nebbiosa del 1891. Ecco l’arrivo di una donna velata nell’appartamento di Baker Street che ha chiesto l’aiuto di Holmes attraverso una lettera. Una bella signora sposata da due anni con matrimonio combinato. Però a un certo punto si è accorta che a suo marito piaceva un altro tipo di relazioni (alla Oscar Wilde, tanto per intenderci). Ha chiesto il divorzio più volte sempre respinto. Qualche tempo fa, innamorata del giovane Harold, ha intrattenuto con lui un rapporto amoroso. Ma è stato assassinato. Lei è Ann Musgrave, moglie di sir Arthur Boscombe partito per Parigi proprio il giorno precedente l’assassinio. Caso ad hoc per il Nostro con l’aiuto imprescindibile di Watson e i delitti non finiscono… fino a quando il classico grido “Diabolica, Watson! Si tratta di una mente diabolica.” Ci siamo.
Sherlock Holmes e Margherita di Samuele Nava
Una nuova avventura di Sherlock che Watson si affretta a trascrivere. Sono trascorsi tre giorni dalla sua falsa morte tra i gorghi delle cascate di Reichenbach e ora si trova presso le sponde settentrionali del Lago Maggiore. Ha un appuntamento, sotto falso nome di Altamon, con Verri, funzionario di Pubblica sicurezza, per essere introdotto in Italia. Ma c’è un vecchio prete che strappa pagine su pagine di un libro, gettandolo, poi, in acqua. Perché? Ripescatene alcune dal nostro Altamon-Sherlock, trattasi di un libro proibito di Rosmini morto proprio a Stresa nella Villa ducale dove ora si è sistemata la regina Margherita. Gli eventi si susseguono uguali e preoccupanti: scomparsa di una cameriera, di un carabiniere dal posto di guardia e, addirittura, della stessa Margherita di Savoia! Un buon indizio per risolvere il mistero l’aroma di artemisia con l’aiuto di un piccolo cocker inglese.
La scomparsa di lady Freemont di Enrico Solito
Un telegramma dall’ispettore Gregson per il nostro duo Holmes-Watson. Sono convocati a casa del famoso egittologo August John Freemont. All’inizio Freemont non la prende troppo bene, non sapeva di questo intervento del detective. Ma viene convinto dallo stesso Holmes. Il suo racconto: il matrimonio con la più giovane Annie va tutto bene all’inizio, poi “Annie è diventata distratta, svagata”, e un bel giorno è sparita, lasciando un biglietto di addio. Nella casa Harry il maggiordomo, la moglie cuoca e una signora per le pulizie che viene solo alcune mattine. Via in camera di Annie (qui qualcosa non torna) e di Freemont dove c’è un sarcofago con una mummia dentro. Ma mancano i canopi ed è pure scomparso il gatto della cuoca. Per Holmes basta fare due più due e il caso è risolto.
Sherlock Holmes e le ragazze di madame Jai di Elena Vesnaver
Davvero sfortunata la bella lady Edwina Cavendish, duchessa di Glenrose. Le sono capitati una serie di fatti piuttosto macabri: un fantoccio di stoffa abbigliato con una delle sue vestaglie impiccato alla finestra della sua stanza; i suoi abiti sulle grucce completamente tagliati e ultimamente una delle sue cameriere personali ha trovato il corpo senza vita del cane preferito. Holmes pensa che tutti questi incidenti siano solo l’anteprima di qualcosa di più grave. Occorre avvertire del pericolo la duchessa. La quale, tuttavia, rifiuta sdegnosamente il suo aiuto. E si ritroverà morta stecchita con uno spillone per capelli infilato nel cuore. Una brutta storia che ha come protagonisti un pittore di quadri spinti, le “ragazze allegre” di Madame Jai e un quadro molto, ma molto particolare…
Sherlock Holmes e lo scottante segreto della signora Hudson di Alain Voudì
Il giornalista Benjamin (Ben) Mutton in una casa di cura dove si trova la signora Hudson, novantenne, per conoscere da lei una storia scandalosa del 1883. Una storia che la riguarda con suo marito che dilapida rapidamente i beni della famiglia e se ne fugge via. Ma ora è ritornato per ottenere altri soldi minacciandola, addirittura, di adulterio. Le ha rubato un diario dove la moglie ha descritto, con il suo nome attuale Martha Turner, situazioni molto compromettenti. Diario che tra poco sarebbe stato pubblicato, come altri suoi pezzi, dopo l’annuncio al pubblico. Ma c’è l’aiuto del duo Sherlock-Watson a tirarla su. Basta rintracciare il marito e…

Otto racconti che mettono in mostra le doti preziose degli autori capaci di costruire vicende incredibili e intriganti in un contesto dove emergono le caratteristiche peculiari dei maggiori attori: Sherlock e Watson. Le classiche, impreviste deduzioni del primo, i suoi cambi di umore, le strimpellate incredibili (per Watson) del violino, le frecciatine alla sua “spalla”, le sparizioni e riapparizioni improvvise, i travestimenti. Le sorprese e le meraviglie a bocca aperta del secondo, i ricordi sulla sua moglie (quando è morta) e l’ammirazione (quando è viva) “Ebbene sì, dopo anni, la ritengo ancora la cosa più bella che possa essermi capitata”, l’umorismo che deriva dal rapporto fra i due. Ma anche altri personaggi hanno una loro consistenza e vitalità delineata con pochi tratti sicuri in contesti diversi. E non mancano riferimenti alla bellezza dell’italico suolo (una meraviglia del mondo), alla lotta delle donne per i loro diritti, agli amori “particolari” e ai tempi che corrono, “Temo Watson, che questo mondo sia agli sgoccioli: verrà un vento che lo travolgerà.”
…Una lettura veramente piacevole.
Preziosa introduzione e appendice (qui è sviscerato il rapporto di Sherlock con le donne) di Luigi Pachì. Infine per La storia del giallo Mondadori la decima puntata di Mauro Boncompagni sugli anni Settanta. Con Ruth Rendell, Jim Thompson, Bill Pronzini, Collin Wilcox, Nicholas Blake, Patrick Quentin, John Dickson Carr, Patricia Wentford, Rae Foley e Harry Carmichael.

Per l’ultima volta, Kathleen e altri racconti di Cornell Woolrich, Il Giallo Mondadori 2019.
Per l’ultima volta Kathleen
Burke, ex carcerato, è nella pista da ballo per rivedere Kathleen che danza con il nuovo fidanzato. Monta la rabbia, ma basta una matita sul pavimento per farlo cadere e chiedere a Kathleen se vuol essere accompagnata a casa. Così, come ultima volta, e l’invito è accettato. Lungo il percorso il bacio di addio e poi la bella ragazza scompare improvvisamente nel bosco alla ricerca delle chiavi perdute. Inutili i richiami, le urla e tutti i tentativi di trovarla. Tra l’altro sarà pure ritenuto il responsabile della sua morte orrenda. Unico amico Bill Bailey che lo può difendere. Secondo lui basta trovare un tipo vigliacco, con il complesso di inferiorità, afflitto da una gelosia malsana, soggetto a crisi di follia o da qualche infermità congenita e il gioco è fatto. Però…
Provino
Los Angeles. Lettere minatorie all’attrice Martha Meadows. Il poliziotto Galbraith, seppure infastidito (non sopporta questo tipo di personaggi), deve tenerla d’occhio. Via a trovarla sul set dove sta girando una scena. E lì succederà che bruci come una torcia umana, mentre per un attimo è andato a telefonare. Senza che nessuno dei presenti, a cominciare dal regista, sappia spiegare l’accaduto. Ad aiutarlo nella soluzione del misterioso, incredibile evento la macchina da presa e un occhialino…
Una strana eredità
Un uomo e una donna in macchina di notte. L’uomo ha commesso qualcosa di grave. La donna non vuole accettare il denaro che gli offre. Apre la portiera e “Temo di non essere tagliata per… il delitto.” Ora l’uomo è solo. Per strada incontrerà due furfanti che vorranno “ereditare” i soldi che ha con sé sfruttando i suoi documenti. Ma c’è un brutto odore in giro…
La disperata difesa della signora Dellford
“New Cordoba. Lee Randall, un tempo attrice a New York e adesso signora Dellford, è stata accusata di omicidio e in attesa di processo…” Un caso molto “sentito” dal giovane avvocato Lawrence (Larry) Brett che in passato si era innamorato di lei vedendola nelle esibizioni a teatro. Deve aiutarla. Ha ucciso, dicono, suo marito che si celava sotto falsa identità. Dunque il processo in tribunale, le testimonianze, l’odio della gente. Ma Larry chiede che il processo si svolga anche nel luogo dove è avvenuto il fatto. È il metodo più adatto, secondo lui, a ricostruire gli eventi. E qualcosa succederà. Vediamo…
Un problema di balistica
Coleman è accusato dell’omicidio di Edmund Lombard che gli doveva duemila dollari. I poliziotti insistono, lo torchiano, lo picchiano. Niente da fare. Lui è tosto, sicuro di sé, ha una pistola calibro 38 e Lombard è stato ucciso con una calibro 32. Secondo la balistica. Ma c’è qualcosa che non quadra e basta andare dal commesso di una tabaccheria per risolvere il caso.
Il cadavere nel tappeto
La matrigna di Larry è stata uccisa da suo padre, il signor Weeks, che veniva tradito. Ora è stesa sul letto. Il figlio vuole salvarlo e studia un piano. Gli propone di ritornare a New York, mentre lui si occupa di far sparire il corpo. Come? Avvolto in un tappeto per infilarlo nella macchina dell’amante che ha chiamato al telefono. Piano difficile, difficilissimo con la sorella che arriva all’improvviso e tutto il resto… Anche perché il padre vuole autodenunciarsi. Non c’è più niente da fare. Ma…
Notte d’incubo
La signorina Garrity è morta. Ha voluto nel testamento che tutti i suoi gioielli di enorme valore siano riposti con lei nella tomba. Ormai la notizia si è sparsa, la sanno tutti. Anche il duo Chick Thomas e Zabriskie Faccia d’Angelo. Il primo ha un’idea magnifica. Infilare Faccia d’Angelo nella bara della signorina prima del trasporto e poi beccarsi il tesoro “con una bella scorta di lime e scalpelli”. Il secondo non è tanto d’accordo ma, evidentemente il più debole, desiste e accetta. Come andrà a finire?…

Tempo fa, a fine lettura di un altro suo libro, scrissi “Quando leggo Woolrich, non so se capita anche a voi, mi pare di essere trascinato lentamente, come i personaggi dei suoi racconti, verso un qualcosa di oscuro e ineluttabile. Non possiamo fare niente. Tutto è preordinato, già stabilito.” Anche in questi racconti c’è sempre qualcosa di imprevisto e imprevedibile, frutto di un Destino cinico e baro che cambia completamente la prospettiva: un aiuto insperato, uno scambio imprevisto, un incidente fortuito. Ma c’è anche la capacità dell’uomo di risolvere casi e situazioni a prima vista impossibili. Con la forza dell’amore, l’intelligenza, la furbizia, l’osservazione, il colpo d’occhio, la deduzione. Brivido, tensione, paura, sempre sul filo del rasoio e non mancano situazioni comiche, assurdamente grottesche che aprono la bocca al sorriso.

L’ombra cinese di Georges Simenon, Adelphi 2019.
Parigi. Novembre piovigginoso. “Un ufficio come tanti altri. Mobili chiari e carta da parati in tinta unita. E un uomo sui quarantacinque anni, seduto in una poltrona, con la testa reclinata sui fogli sparsi davanti a lui. Un proiettile lo aveva colpito in pieno petto.” Trattasi del signor Couchet, facoltoso industriale fattosi con le sue mani, trovato dalla portinaia dello stabile che ha chiamato Maigret. Dalla cassaforte mancano un sacco di soldi. Primo dubbio: il ladro è anche l’assassino?
Il morto si era separato dalla prima moglie che gli ha dato un figlio, e ora viveva insieme alla seconda tradendola con Nine, una bella ragazza che lavorava come ballerina al Moulin Bleu. Il primo obiettivo di Maigret è interrogare gli abitanti dello stabile per scoprire qualcosa di più sulla vita del defunto (se, per esempio, avesse dei nemici). Ogni tanto, fissando i loro volti, qualche ricordo si affaccia alla sua mente, qualche disagio “quando si è costretti a prendere in considerazione certi aspetti della vita che di solito si preferisce ignorare”. Un palazzo “strano”, una atmosfera “opprimente” con una matta che urla e una che spia.
Dunque, per farla breve, tutto gira intorno a: la prima e la seconda moglie del morto, l’amante del morto, il figlio debosciato del morto, il secondo marito della prima moglie del morto, la vecchia pazza che urla, quella che spia, un uomo e una donna tra i bidoni della spazzatura alla ricerca di un guanto, un ambasciatore sussiegoso… e poi il classico testamento piuttosto “particolare” che mette sul chi vive il Nostro.
Solita capacità del grande Simenon di creare personaggi vivi con pochi tratti, di pennellare con tocchi d’artista gli ambienti del palazzo, chiusi, polverosi, privi di luce, di cattivo odore, addirittura sporchi, claustrofobici e rimbombanti di urla della matta con la pazzia che sembra strisciare lungo le pareti come simbolo premonitore. Abile anche a mettere in risalto la diversa condizione sociale, vedi i parenti del morto contadini e piccoli borghesi e quelli della moglie “eleganti e sobri”.
Al centro Couchet “un uomo sanguigno, energico e grossolano, venuto su dal nulla” che ce l’aveva fatta. Lasciato dalla prima moglie quando ancora non era ricco, sposa una ragazza di buona famiglia e così “Tè, pasticcini, tennis e scampagnate…” e se la spassa con altre donne come Nine. Tutte e tre con caratteristiche psicologiche diverse a creare il fascino inquietante del racconto e la continua tensione. Al centro pure Maigret, il solito acuto osservatore tra una fumata di pipa e l’altra, questa volta di poche parole tra cui il ritornello che si porta appresso ”Bel tipo, quel Couchet!”. Altro personaggio importante il Palazzo claustrofobico (già detto) ma anche… la Finestra. Eh, sì, proprio la Finestra dalla quale si può intravedere un’ombra cinese. Come un occhio vivo, penetrante… e la Sorte, il Destino che se ne frega di tutto e di tutti.

L’impronta del gatto di Augusto De Angelis, Sellerio 2007.
Qui il nostro commissario De Vincenzi “affronta l’assassinio di un depravato milionario venezuelano, vivente a Milano. Il cadavere è trovato proprio sul portone dell’abitazione della vittima. Ma spunta il felino con le sue zampette sporche di sangue e rimette in moto verso una direzione diversa De Vincenzi, che, lento e agile un po’ come un gatto anche lui, ha il genio di profittare delle opportunità del caso”.
Subito un’idea su cui riflettere: il Caso, già “Il Caso! Sempre il Caso era l’alleato di ogni investigatore e il nemico dichiarato dei criminali” dichiara De Vincenzi. Ecco come ci appare: “L’uomo, che apriva la porta della vetrata e che precedeva gli altri due, era bruno, assai distinto, con uno sguardo penetrante e nello stesso tempo quasi stanco, malinconico”. Momenti di difficoltà: “Questa volta il suo metodo psicologico di impregnarsi in un ambiente, per conoscerne il suo abitatore, falliva”. A un certo punto esclama “Un groviglio!” riferendosi alla complessità dell’indagine. Sopraffino lettore, legge anche “L’Autobiografia” di Salomone Maimon che gli resta antipatico per le sue idee sull’occultismo. Tranquillo, ma quando occorre sa essere agile e veloce. Lavoratore instancabile, rimane nel suo ufficio oltre l’orario consueto. Bastano un panino e un bicchiere di birra per andare avanti. Alla fine della storia, ma in genere di tutte le storie che ho letto, De Vincenzi non esulta, non gioisce ma anzi “…sentiva un grande amaro in bocca e un senso di oscura desolazione nel cuore. Un sensitivo, in fondo, un romantico a cui lo studio dell’anima umana, a ogni esperienza, procurava soltanto dolore”.
Passato e presente che si allacciano insieme, il classico assassinio all’interno di una famiglia, la paura che si insinua tra le pieghe della storia. Stile piano, semplice, concreto. E poi l’abilità del commissario. Va bene il Caso ma, come afferma l’avvocato Vercelloni a chiusura del romanzo, “Il Caso! Macché! Una sola cosa occorre ed è rara a trovarsi… Che l’investigatore sia un profondo osservatore e sappia far scaturire la verità dagli elementi psicologici del delitto!”.
In ogni caso (vedete questa parola come si insinua dappertutto…) bravo De Vincenzi! E bravo anche il nostro De Angelis che ebbe a lavorare sotto il fascismo e che può a buon diritto essere considerato il padre (o uno dei padri) del giallo italiano.

I Maigret di Marco Bettalli

L’ispettore Cadavre del 1943
La differenza è nei particolari. Questo Maigret non è particolarmente originale e il giallo, come sempre, è quello che è. Eppure siamo davanti a un autentico capolavoro. Non solo la descrizione del piccolo paese di Saint-Aubin in Vandea immerso nella nebbia invernale è, per così dire, più nitida, precisa, affascinante di quella di tanti altri piccoli luoghi della provincia francese toccati nelle peregrinazioni del commissario (la precisione è frutto anche del fatto che Simenon in quegli anni viveva proprio in quella regione); non solo i personaggi di contorno sono particolarmente “giusti” nelle loro manie, aberrazioni, tristezze di uomini e donne più o meno colpiti dalla vita; non solo la figura di Ca(da)vre è indimenticabile nella sua miseria, nella sua disperazione. A fare veramente la differenza è un Maigret grandioso, un Maigret talmente straordinario da diventare, a un certo punto, una sorta di dio onnipotente: “era una sorta di padreterno, e conosceva quel luogo come se ci vivesse, o meglio, come se fosse stato lui a crearlo”. E, in questo delirio, anche il suo essere sempre dalla parte dei vinti si stempera in una superiorità che gli mostra da lontano le miserie del mondo, di tutto il mondo, e gli impedisce di lottare per i deboli contro i borghesi sempre vincitori. I ricchi, certo – la “combriccola” – alla fine vinceranno come sempre, perché, pur nello schifo delle loro vite segrete che viene mostrato senza risparmio (il falso aristocratico, vero colpevole, ma insomma, anche la ragazzina che va a letto con ben due uomini in pochi mesi, a quei tempi!), sono loro a comandare e non c’è nulla da fare per opporsi; ma anche perché non è che i poveri siano moralmente migliori: dalla madre del morto, che vende il suo dolore per denaro, a tanti altri, illusi, ubriaconi pronti anch’essi a qualsiasi compromesso pur di mettere le mani su due lire. Per il dio Maigret sono tutti umani, profondamente umani nelle loro manchevolezze, ricchi e poveri: e come un dio, egli se ne nutre, delle debolezze altrui, le assimila, con la celebre metafora della spugna, qui descritta con grande vivezza: “in quei momenti sembrava gonfiarsi oltremisura, divenire ottuso e goffo, come insensibile, come cieco e muto, un Maigret che il passante o l’interlocutore ignaro avrebbero potuto scambiare per un mezzo scemo, o per uno sprovveduto …”. Splendido.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Il lato nascosto di Pierluigi Porazzi, La Corte editore 2019.
Nuovo romanzo e nuovi protagonisti per Pierluigi Porazzi, di ritorno in libreria con Il lato nascosto. Stavolta lascia a casa Alex Nero, investigatore e personaggio cult, per offrirci una nuova storia dedicata a due “normali” poliziotti, gli ispettori Alba Leone e Ramon Serrano, non giovanissimi, entrambi un po’ in carne, che si sforzano di convivere e far bene nonostante certe fragilità, tante passate pene e diverse problematiche sul piano professionale e familiare. Così diversi eppure così uguali. Single per scelta e necessità lei, suoi compagni di vita una cagnolina e una gatta, Alba Leone è donna sensibile e introspettiva, ma allo stesso tempo forte e capace di impennate e colpi di testa, all’opera poi una stakanovista fatta e sputata. Solo apparentemente in secondo piano lui, Ramon Serrano, abbastanza ipocondriaco e un po’ in crisi nel privato, con moglie, figlio a carico e un matrimonio in fase di stanca, ma che ha cercato di realizzarsi nel lavoro. Lavoro che continua ad amare nonostante gli orrori visti e superati durante la lunga carriera in polizia. Insomma, due anormali “normali” ma con quel pizzico, quanto basta, di umanità in più da farsi subito apprezzare dai lettori. Scenario prescelto: Udine. Sintesi della trama: una giovane donna, Sabrina Lupieri, già nota alla polizia per aver fatto condannare in passato il suo aggressore e stupratore, viene ritrovata strangolata nel suo appartamento. Sulla scena del delitto verranno convocati subito gli ispettori Alba Leone e Ramon Serrano. A prima vista il caso si direbbe lineare: la vittima era una escort di alto livello che frequentava abitualmente diversi personaggi di spicco della città e l’assassino, dopo un rapporto forzato, ha lasciato il suo DNA sul corpo della vittima. Non dovrebbe essere difficile identificarlo, arrestarlo e non ci dovrebbero essere dubbi sull’identità del colpevole. E invece…
Con Il lato nascosto Pierluigi Porazzi ancora una volta si conferma una “garanzia noirista” e, nella sua trama, inanellando una serie di argomenti scottanti, si confronta con il social thriller, descrivendo il continuo e progressivo sgretolamento morale e materiale di questo nostro mondo attuale, senza tuttavia mai rinunciare ai suoi azzeccati colpi di scena e al suo sempre intrigante ritmo narrativo.

Le sette dinastie di Matteo Strukul, Newton Compton 2019.
La migliore definizione che si può dare di questa ultima fatica di Matteo Strukul è chiamarla Il ‘400 al potere. Sissignori, perché il Potere con la P maiuscola domina dalla prima all’ultima pagina: imposto con la forza, usato, gestito (ogni tanto ma non troppo) ma soprattutto maltrattato e calpestato senza pietà dalle famiglie e dalle dinastie reali che se lo contesero ferocemente per tutto un secolo. Delle sette famiglie, definite dinastie all’inizio, solo gli Aragona videro anche a distanza di secoli i loro eredi sedere orgogliosamente sui troni e mantenere direttamente il potere fino ai nostri giorni (Giovanna la pazza, figlia di Giovanni, fratello e successore in Spagna di Alfonso il Magnanimo, fu la madre di Carlo V, l’imperatore che allungò la sua rapace mano sull’Italia conservandola, in buona parte, asservita fino al 1800). Un’efficace carrellata sull’Italia del XV secolo, arricchita dalle sanguinarie descrizioni delle abitudini dei governanti di allora. Sul piatto intrighi, complotti, tradimenti, delitti, barbarie, il tutto mischiato a una ininterrotta e mutevole doppiezza che sfidava a tenzone tutti contro tutti, in un continuo mulinare di scambi di alleanze, favori, ripicche, contrasti ed efferati omicidi. Lo stesso secolo che fu testimone dei più spaventosi affronti all’umana etica contemporaneamente fu nicchia e culla dorata di straordinari e impareggiabili talenti artistici, che regalarono alla penisola imperitura memoria di capolavori di meravigliosa beltà, finanziata dai Signori. Ma da Milano, a Venezia, a Firenze, a Roma e Napoli, quei massimi detentori del potere si alternarono dominando, schiacciando i sudditi, costringendoli a battersi sotto la loro bandiera mentre le alleanze, mutevoli come i tempestosi venti di un uragano, non facevano che girare. Questa è l’Italia del XV secolo, che si vide anche dilaniata e impoverita dalle continue guerre, affamata dalle carestie e spesso stremata dalle epidemie…
Storia vera a fare da cornice a una polposa parte di pura fiction. Donne coraggiose pronte a tutto, meravigliose amanti ma anche donne forti, guerriere dure come l’acciaio. Matteo Strukul ricostruisce generosamente manie, odi, amori, gelosie, affetti, devozioni, vitali legami di dovere. I numerosissimi personaggi costellano le pagine con le loro piccole e grandi vicende personali. Un ventaglio di comprimari inventati rende più corposa la trama e la movimenta senza risparmiarsi. Tanti minuziosi particolari forse in grado di spiegare al lettore che non era così comodo e facile vivere in quei tempi di gloria, ma anche e soprattutto di terrore, per chi non aveva mai voce in capitolo. La storia non è fatta da persone con gli stomaci deboli e non è per stomaci deboli. Ma ricordate sempre: questa, in gran parte, è proprio la vera storia.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento Diario di una Schiappa. La legge dei più grandi di Jeff Kinney, Il Castoro 2009.
Questa volta seguiremo insieme Greg, ovvero la nostra Schiappa, durante gli episodi più divertenti. Eccolo, è lì, a scuola con i suoi amici che decidono di fare uno scherzo a un loro compagno di nome Chirag, ovvero fingere che non esista. Adesso ci spostiamo in classe dove la maestra chiede a Greg di contare gli alunni. Lui li conta saltando Chirag che si arrabbia e lo tortura di botte. La solita Schiappa sfortunata!
Continuiamo a seguirlo. Ora è tornato a casa, sta guardando la televisione quando arrivano i suoi genitori per dirgli qualcosa. Ascoltiamoli. Essi partiranno e Greg e i suoi fratelli, Rodrick e Manny, dovranno restare in casa da soli per un intero weekend. Ma appena i genitori escono i tre fratelli organizzano una grande festa. Ecco, stanno arrivando alcuni amici, la casa si riempie sempre di più. Che confusione! A festa finita è tutto un disastro. Adesso, ragazzi, è meglio filare via prima che ritornino i genitori. Continuate voi lettori a seguirlo. Che cosa combinerà ancora?…

Le letture di Jessica

Cari ragazzi,
vi presenterò qualche libro che ho letto, naturalmente con l’aiuto di nonno Fabio. Oggi ecco a voi Bambi di Walt Disney 1997.
Nella foresta è nato il nuovo Principino, cioè il cerbiatto Bambi. È curioso di tutto aiutato dalla mamma e dal coniglio Tamburino. Una volta vede uno stagno in cui è riflessa la sua immagine e quella di una cerbiatta che si chiama Feline con la quale gioca. Poi arrivano i cacciatori, allora fuggono nel bosco ma la mamma sparisce. Incontra il Principe della foresta, il suo babbo, che gli fa sapere che i cacciatori hanno portato via la mamma e ora deve imparare a vivere da solo. Troverà di nuovo Feline, diventata una bella cerbiatta, combatterà contro un cervo maschio e la sposerà. Feline gli farà due cerbiattini e vivranno felici. Che bella storia! Con un po’ di paura dei cacciatori.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Ottobre 2019

Questa volta andiamo subito al sodo senza farla tanto lunga.
La profezia degli incappucciati di Roberto Mistretta, Il Giallo Mondadori 2019.
Avendo già letto dell’autore con soddisfazione Il canto dell’upupa, Cairo 2008, non ho avuto remore nell’acquistare anche questo. Sul personaggio principale, il maresciallo dei Carabinieri Saverio Bonanno di Villabosco, avevo scritto “…lasciato dalla moglie vive con la madre donna Alfonsina, la figlia Vanessa e il cane Ringhio. Si sposta con macchina Punto (un po’ di pubblicità alla Fiat fa sempre bene). Abitudinario. Caffè in casa e poi al bar “Excelsior” (ma non lasciatevi ingannare dal nome). Fuma in continuazione, ottima forchetta, risultato la pancia. Ogni tanto arriva la tristezza quando affiorano ricordi della scuola, il tempo non passava mai e pensava a suo padre sempre più lontano. O ricordi di sua moglie che un giorno se ne era andata via con il trapezista di un circo famoso. Simpatia per l’assistente sociale Rosalia. Anzi, più che simpatia “Rosalia Santacroce era una di quelle donne che facevano ribollire il sangue”, “Emanava un caldo profumo di femmina. Inebriava e confondeva”, e ancora “Rosalia Santacroce aveva la voce di un soprano che canta un’aria leggera. Gli occhi erano due stelle che rischiaravano la notte, e risplendevano nello squallore della caserma come diamanti nel deserto”. A volte nella sua mente sesso e appetito si fondono umoristicamente “Con un leggero movimento del bacino, distese il fondoschiena rotondo, Bonanno lo immaginava soffice come un bignè di ricotta e farcì il sedile”. Animo sensibile anche alla vista della bellezza della natura “Dio che spettacolo! Perché gli uomini avevano smesso di guardare il cielo!”. Buono. Buono ma se si arrabbia sono guai per tutti. E non molla l’osso come un mastino. Insofferente dei regolamenti e delle regole un po’ come il Montalbano di Camilleri. Non capisce nulla in fatto di computer e internet e deve chiedere aiuto ai suoi sottoposti più giovani. Un bel personaggio, realistico e credibile.”
Ora se la deve vedere con un caso particolare. Nel corso di una celebrazione religiosa il governatore Nofrio Falsaperla di una confraternita secolare muore sotto il peso del baiardo a forma di croce incollato sulla schiena. Sembra una disgrazia, una semplice disgrazia. Invece ecco arrivare un foglio di quaderno strappato “Nun fu disgrazia maresciallo! Nofriuzzo lo ammazzarono!”
Il caso si amplia, subito diffuso da diversi servizi giornalistici, ma per il suo superiore capitano Oliva trattasi solo di tragica fatalità. Comunque l’indagine va avanti. Nofrio, a cui piacevano ragazzi e ragazze aveva messo gli occhi addosso anche a Minica, la Veronica della processione che era fuggita prima dell’arrivo dei carabinieri. Inoltre qualcuno si era opposto al soccorso e ci saranno di mezzo tre donne: la moglie del vicegovernatore Ideale Dolcefiore, la citata Minica e la moglie del falegname. Accanto a questo caso l’uccisione dello stesso Oliva e il ferimento dell’amico Stoppani per le indagini contro le cosche (nessuno ha avvertito il maresciallo) che gestiscono una cordata di malaffare sugli appalti pubblici e truffe milionarie sui contributi europei a fondo perduto. E arrivano altre morti…
Al centro sempre lui, il nostro Bonanno affondato nei ricordi (ma anche in certe succulenti mangiate), l’amore per Rosalia, la rinascita, qualche fumata con le Benson & Hedges, il ritorno della moglie Emma (che cosa vorrà?) contrastata dalla stessa Rosalia. Il tutto tra una serie di spunti sul paesaggio “selvaggio ed aspro” oppure incantato per “il tripudio di smeraldo e indaco del cielo, il turchino dei monti, il cinerino dei massi, il biancore luminescente dei cirri, il salmastro spumeggiante delle onde. La maestosità dell’Etna”. E spunti ironici su certi personaggi come sul giornalista Mimmo Castelli che sguazza “nelle notizie di cronaca nera come un rospo nel pantano” ad aprirci la bocca al sorriso.
Lettura leggera, piacevole, passaggi ben calibrati dal dramma all’allegro, dai momenti di crisi alla forza del riscatto. Una miscela ben dosata di ricordi, sentimenti, mistero e azione. Tutto gira intorno ad un’antica profezia conosciuta dal vecchio governatore (lo incontreremo a narrare la sua storia), ovvero il segreto del baiardo e un cuore particolare che vale milioni di euro…
All’interno il racconto Stazioni di Andrea Montalbò.
La fuga di Sabrina. Dalla cassetta tirata agli agenti che la inseguono esce fuori una T-shirt insanguinata di un bambino. Il commissario De Felice, una specie di Bronson fuori programma, deve indagare sul rapimento di Paolo di dieci anni gettato in una roggia. La sospettata sembra proprio Sabrina Storti. In passato processata per truffa e assolta ma ha perso tutto: famiglia, lavoro, amici. Sarà il classico capro espiatorio? Scontro finale fra lei e De Felice. Chi vincerà?…

Com’è morto il baronetto? di H.H. Stanners, Polillo 2019.
Qui ritrovo anche i miei amati scacchi. Addirittura proprio all’inizio “Dereck Furniss scrollò la scatola per far cadere i pezzi degli scacchi che poi cominciò a disporre sulla scacchiera”. Il romanziere giocherà con il professor Harding (classico detective dilettante) durante la festa ad Astonbury che celebra il giorno dell’incoronazione del re Giorgio VI. Naturalmente abbiamo subito una morte sospetta, più precisamente del baronetto Jabez Bellamby trovato stecchito nella sua cava di gesso per un colpo sparato con la sua pistola (ha anche un ematoma sul viso). Per l’ispettore Marriot si tratta di suicidio, come riferirà al suo capo Philip Pannell, anche perché il morto aveva un sacco di problemi: finanziari, fisici (di salute) e sentimentali. La moglie se la intendeva con un amante (l’avvocato Newth) e lui stesso si era innamorato non ricambiato di Brenda Derwenth Smith, una bella sventola di venti anni, troppo più giovane di lui e affollata di corteggiatori.
Ma non è tutto così chiaro per il professor Harding. Guardiamo più da vicino il nostro detective dilettante: di aspetto giovanile non dimostra i suoi quarantatré anni, alto e magro, sguardo mite, espressione sagace e pensierosa, sembra più un inglese in vacanza che un professore americano di diritto internazionale (perde a scacchi ma si rifarà). E ora l’ispettore Marriot, anch’egli alto e dal viso ossuto, occhi grigi, sopracciglia color sabbia, capelli prima rossi tendenti al bianco, aria di scarsa vitalità compensata da modi bruschi. Lo vuole al suo fianco per godersi l’occasione di osservare i suoi famosi metodi investigativi.
Alla festa di Astonbury mancava anche Hughie Bryant, nipote del maggiore Derwenth-Smith che, viaggiando in macchina piuttosto brillo, uccide pure un ciclista sconosciuto. Un punto cruciale della storia è che Jabez aspettava una telefonata da Bradford, e allora perché andare in giro proprio in quel momento? Diversi i sospettati ognuno con il suo bel movente e altri particolari a rendere complessa l’indagine: orme da studiare sul luogo della morte (mancano proprio quelle dell’ucciso); un bottone di pantaloni sul terrapieno da cui si vedeva il corpo di Jabez; fili di erba stretti nella sua mano; diamanti grezzi del morto scomparsi come certi buoni al portatore di quindicimila sterline e una valigia blu; mozziconi di sigaretta Vendredi, sempre del baronetto, trovati in una macchina di Hughie Briant… Insomma un bel groviglio di particolari e situazioni da chiarire. “Tutto in quel caso appariva sconcertante e contraddittorio” rimugina Harding.
Altro punto fondamentale della vicenda è il classico problema degli orari, a partire da quello della morte, dentro il quale si muovono i personaggi, assai complicato ed arduo da sbrogliare. Narrazione trattata con una cura davvero felicemente minuziosa nella complessità della trama, nella caratterizzazione dei protagonisti e dell’ambiente con citazioni imprescindibili di Sherlock Holmes. Alla fine spiega tutto il professore. O quasi… E gli scacchi hanno qui il loro bel rilievo.

Il tempo dell’odio di Ruth Rendell, Il Giallo Mondadori 2019.
Il primo personaggio che incontriamo è Maxine, la donna delle pulizie della famiglia Wexford dove troviamo l’ex ispettore Reginald, ora in pensione, impegnato nella lettura della Storia della decadenza e caduta dell’impero romano di Edward Gibbon. Da Maxine, tra mille chiacchiere (grande lavoratrice con un solo difetto: “Non stava mai zitta”), viene a sapere della morte della vicaria di cui lei stessa ha trovato il corpo. Strozzata… E dal sovrintendente di polizia Burden arriva l’invito telefonico a partecipare all’indagine. Subito accettato ché stare con le mani in mano lo annoia.
Ma chi era la vicaria? Trattasi di Sarah Hussain, figlia di un’irlandese e di un indiano, sacerdote della Chiesa d’Inghilterra a Kingsmarkham nel Sussex, quarantotto anni con la figlia Clarissa, anche se non sposata. Uccisa nella canonica di St Peter. Odiata per la sua pelle scura e dalla vita difficile, molto difficile. Wexford scoprirà in seguito che era stata addirittura violentata e Clarissa il frutto di quella violenza. Non volle fare denuncia alla polizia ma rivelò a una sua amica che l’uomo era “giovane, attraente e asiatico”. Al centro del suo pensiero l’amore, che poteva esplicarsi perfino nei matrimoni gay. Una donna divisiva, insomma, anche all’interno della chiesa stessa. C’era, poi, un altro uomo che la corteggiava, che la molestava troppo assiduamente.
Via, dunque, alla ricerca del molestatore (si scoprirà essere l’avvocato Gerald Watson) e dello stupratore con una lunga indagine a ritroso nel tempo attraverso i colloqui con tutti coloro che l’avevano conosciuta. Intanto sembra trovato l’assassino di Sarah nel giardiniere Duncan Crisp. Burden ne è convinto, convintissimo, è lui non c’è dubbio, ma il dubbio viene, invece, a Wexford che andrà avanti da solo: un particolare importante da non farsi sfuggire, un tatuaggio di una santa con l’aureola che può essere utile. Ma dove l’aveva visto? E poi tra i personaggi incontrati chi mente? Chi dice la verità? Alla ricerca di qualcuno che si nasconde sotto falso nome. Ma dove?…
Di fianco all’indagine momenti di vita familiare di Wexford con la moglie Dora, la figlia Silvia (ne ha anche un’altra, attrice teatrale, e cinque nipoti) che va ad abitare con Clarissa, la quale si fidanza con suo nipote Robin. Momenti sereni e qualche scontro con i giovani. E squarci di vita sociale dove impera il razzismo e il maschilismo, dove quotidiane sono le violenze domestiche anche psicologiche. Il tempo dell’odio come da titolo. E ben venga una nuova legge a riguardo che aiuti le donne.
Una vicenda ricca di dubbi e incertezze fino alla fine quando arriva un nuovo, impensabile personaggio. Ma Wexford è un uomo solido, tutto d’un pezzo, non si lascerà fuorviare dall’idea che si è già fatta concreta nella sua mente. Tra l’altro ha sempre il suo fedele Gibbon a fargli compagnia.
Per La storia del giallo Mondadori l’ottava puntata Gli anni Cinquanta di Mauro Boncompagni.
A partire da Peter Cheyney, Kenneth Millar, Brett Halliday e Richard Ellington per finire in bellezza con James Hadley Chase. Bastano i nomi…

L’ermellino di porpora di Pierre Borromée, timeCRIME 2012.
Quando in seconda di copertina ho letto di un cadavere di una giovane donna ridotto in poltiglia a martellate, il cui delitto sembra ricollegarsi ad un altro avvenuto sette anni prima, e che l’assassino potrebbe colpire ancora di nuovo, visto e preso (pagando). Meglio andare su un usato sicuro (Bersani) che trovarmi di fronte a qualche pericolosa originalità.
L’usato sicuro inizia a Villecomte in Borgogna. A scoprire il cadavere la donna delle pulizie come nel più classico degli usati sicuri. La signora giace sul suo letto con la lingua di fuori e il viso orrendamente sfigurato. Probabilmente pure strangolata e con una profonda ferita all’addome. Trattasi di Juliette Robin, moglie dell’avvocato Pierre Robin che non si trova in giro. L’assassino si è introdotto in casa attraverso una porta-finestra del salone dopo avere rotto il vetro per arrivare alla maniglia. Piccolo particolare interessante, la signora è ancora vergine.
L’usato sicuro continua con la presentazione di chi deve condurre le indagini. In questo caso il commissario Baudry. Uomo del popolo, operaio metalmeccanico a sedici anni, scuole serali, accento duro che gli fa aprire le vocali, poca inventiva ma tenace e coscienzioso, soprannominato Zanna Bianca o Kaiser per i suoi baffoni all’insù. Un quintale di ciccia da “sfuriate bestiali” con due nemici: la moglie uggiosa e la Direzione centrale della polizia giudiziaria.
Segue, sempre secondo le modalità dell’usato sicuro, il contorno degli altri membri addetti alle indagini con le loro situazioni particolari di cui un paio amanti della bicicletta. A ruota (viene a pennello) le indagini stesse con gli interrogatori, i dubbi, il modus operandi dell’assassino che sembra sia stato ripetuto in passato. Più precisamente nel caso di Saint Martin, quando una ragazzina ritardata di quindici anni, nuda, era stata massacrata a colpi di accetta senza subire violenza. In entrambi i casi un accanimento sul volto. Trattasi di psicopatico?
Sotto accusa il marito ritrovato che aveva avuto una relazione travagliata con la sorella maggiore della moglie, ma bisogna andarci cauti che un avvocato è un avvocato (scontro tra autorità giudiziaria e polizia). A questo punto l’usato sicuro si rimpolpa con il solito intervento di una storia minore che si incastra nell’alveo di quella maggiore. Due giovani zingari erano presenti a Villecomte nell’ora del delitto, ergo interrogatorio disumano, fuga e morte per caduta del giovane Johnny (vedi un po’ i nomi moderni degli zingari), rivolta della loro comunità. Il caso si complica.
Non la faccio lunga. Non ho voglia di farla lunga. Finalino tesino con qualcuno che sta per rimetterci le penne e viene salvato da qualcun altro (un classico dell’usato sicuro). Il tutto condito da una prosa semplicina, precisina, tranquillina, pure banalina senza sobbalzini di sorta e le solite frasettine in corsivo sparse qua e là stimolanti all’abbiocco.
Con l’usato sicuro si va sul sicuro. Niente sorprese ansiogene ma una rassicurante cantilena di storie risapute che ti culla dall’inizio alla fine. A questa età è meglio non rischiare.
Buonanotte.

I Maigret di Marco Bettalli

Il cavallante della «Providence» del 1932
Ancora chiuse, canali, marinai, chiatte, un ambiente che Simenon evidentemente predilige (v. anche i due successivi). Siamo ad aprile, ma nel nord della Francia è come se fosse inverno. Maigret si profonde più che altro fisicamente in una inchiesta poco gratificante (aiutato per breve tempo da Lucas: non si capisce perché si trovi lì e perché si occupi del caso, ma non ha molta importanza), compiendo fino a 68 km. in bicicletta, su strade infami, in un solo pomeriggio. Il giallo in realtà è quasi inesistente, tanto che l’assassino è sbandierato nel titolo… Rimangono, come accade spesso, i personaggi: la sgangherata e ricca compagnia del Southern Cross (in una scena, due di essi giocano a scacchi, un evento rarissimo nei Maigret), nullafacente, provvista di mezzi e velatamente immorale; i teneri, poveri coniugi della «Providence» e soprattutto il cavallante, vero fulcro di tutta la storia, esempio caricatissimo di discesa agli inferi di un borghese che uccide per amore, sconta 15 anni di prigione e poi non riemerge più, trasformandosi in una sorta di animale tra gli animali – i suoi amati cavalli – senza più parola, senza più speranze, senza quasi più fattezze umane.

All’insegna di Terranova del 1931
Continuano le ambientazioni in luoghi d’acqua: Maigret viene convinto a intervenire per salvare un giovane raccomandatogli da un vecchio amico e accetta di passare le sue vacanze nel mese di giugno (insieme alla signora Maigret, presente in un ruolo tutt’altro che trascurabile) a sbrogliare questo caso a Fécamp, località di mare. La faccenda, che ha il suo fulcro in vicende di qualche tempo prima svoltesi a bordo di un peschereccio impegnato nella pesca del merluzzo a Terranova, è assai torbida, avendo come motore centrale l’irresistibile attrazione che una donna molto sensuale (imbarcata irregolarmente sulla nave, in mezzo a dozzine di maschi in astinenza…) è in grado di suscitare. La soluzione del caso, come spesso accade, non è particolarmente interessante: ancora una volta, sono i personaggi, a partire dal defunto capitano, irreprensibile finché la passione puramente animale per la donna non lo travolge, oppure il giovane e ombrosissimo protagonista con la sua fedelissima fidanzata, a costituire la parte più interessante della storia. Non uno dei Maigret migliori, ma comunque non privo di fascino.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Una madre perfetta di Kimberly Belle, Newton Compton 2019.
Atlanta, Georgia: la gita scolastica di una scuola della haute, la Classical Cambridge Academy, avrebbe dovuto essere una normale escursione, una breve vacanza in campeggio. Una straordinaria esperienza per bambini delle elementari… Per Kat Jenkins, orfana, oggi madre single che non naviga nell’oro, con l’unico sostegno a distanza (vive nel Tennessee) di Lucas, un vecchio amico di famiglia, Ethan, il suo bambino di otto anni, è l’unica cosa che conta, l’unica cosa buona che le è rimasta del disastrato matrimonio con Andrew Maddox che prima del divorzio l’ha ingannata e soprattutto abusata moralmente e fisicamente. Ethan poi è un bambino speciale, piccolo e mingherlino per la sua età ma dotato di un’intelligenza eccezionale, quoziente 158, ma non ha facili rapporti con i compagni che lo bullizzano e lo evitano. Restiamo a fianco di Kat Jenkins, Kat, la prima voce narrante, quando la mattina abbraccia suo figlio che sta per salire in autobus per andare al campeggio con i compagni e gli insegnanti. Sono diretti nei boschi che sovrastano Dahlonega, vecchia e famosa città georgiana della Caccia all’Oro. Al suo ritorno a casa, una minuscolo proprietà di due piani in un quartiere di periferia che può appena permettersi, Kat lascia il telefono in cucina, sale in camera al secondo piano e crolla in sonno profondo. Stanchezza arretrata e stress, accumulato per il faticoso e difficile lavoro di consulente immobiliare, si fanno sentire, ma quando alle prime luci dell’alba viene svegliata da un educatissimo agente di polizia Brian Macintosh, si trova di fronte al peggior incubo che possa capitare a una madre: suo figlio è scomparso nel nulla dopo uno strano incendio dietro lo chalet che ospitava scolari e insegnanti…
Un thriller intrigante, sostenuto da una scrittura brillante, da personaggi credibili e da una trama in cui l’autrice riesce a tenere alta la tensione, mettendo anche in evidenza il divario economico e sociale tra i sofisticati Huntingtons e Kat Jenkins, impegnata in un’impari lotta con l’ex marito con il quale sa di dover trovare un modus vivendi perché anche lui adora il figlio. Due protagoniste di polso, diverse tra loro ma entrambe forti e determinate. Un finale ben calibrato ma che già serpeggia nelle pagine, in cui sono disseminati elementi che consentono di intuire una possibile soluzione. Ma l’epilogo, con la sua crudele realtà, completa al meglio tutta la storia.

Nuovo approdo in libreria per Marcello Simoni con L’enigma dell’abate nero, Newton Compton 2019, terza puntata della Secretum Saga. Una storia veloce, spregiudicata ma che non si fa certo mancare colti e curatissimi riferimenti storici e una perfetta ricostruzione ambientale. Ambientata nel Quattrocento, vede come protagonista Tigrinus (eroe di professione e ladro per scelta) che deve il suo nome alla tinta bicolore dei capelli: bianco e nero. Fatto misterioso e, per chi ha scelto di fare il suo mestiere, anche abbastanza pericoloso, perché lo rende facilmente riconoscibile. Per fortuna il suo secolo non era avaro di mantelli e cappucci con cui celare le chiome. Dunque anche un azzardato ma riuscito patto con il lettore che fa il tifo per lui e un indovinato mix di generi narrativi. Si passa infatti dal gustoso sapore del feuilleton salgariano/dumasiano e quindi cappa e spada, avventure, agguati, complotti e tradimenti, al crogiolarsi aggirandosi per sotterranei, che si rifanno alla letteratura gotica anglosassone, senza mai dimenticare il classico atout finale che esalta la trama gialla, la soluzione del mistero… Thriller che fa volare il lettore fino alla fine coinvolgendolo mistero dopo mistero. Cosa si può chiedere di più a un thriller storico? Perfettamente centrata l’atmosfera di una Ravenna tardo medievale, affollata fino all’inverosimile da rifugiati in fuga davanti alle galee ottomane. Grazie Marcello, come sempre bravo e a presto!

Il giallo di Ponte Sisto di Max e Francesco Morini, Newton Compton 2019.
Liberty romano dai palazzi alle chiese a dominare culturalmente la narrazione e il mondo di Petrolini come scenario. Una netta virata da parte dei fratelli Morini che stavolta lasciano la possanza e la fascinazione della grande arte figurativa per il palcoscenico, ma per Roma si tratta di un palcoscenico molto speciale. Quello indimenticabile e intramontabile che vide come massimo divo e protagonista Ettore Petrolini. Forse l’eccessiva vicinanza del grande comico con il fascismo – Mussolini era tra i suoi fan e lui per anni approfittò a piene mani di questa vicinanza – il nuovo e diverso clima politico del dopoguerra ha contribuito a un parziale oblio della sua immane bravura e grande umorismo. Ma di quei tempi un comico, un uomo di spettacolo, doveva vivere e il regime non tollerava chi non si adeguava almeno formalmente alle sue regole. Afflitto da angina pectoris, allora non esistevano gli stent e non si operava di bypass, ebbe ripetute, drammatiche crisi successive e morì giovane, ad appena cinquantadue anni. La sua innata civetteria gliene faceva dichiarare, però, solo cinquanta. I Morini, oltre a far sì che la memoria di Petrolini domini con prepotenza la scena per tutto il romanzo, gli hanno regalato anche un’importante parte nella narrazione. Insomma hanno fatto di lui un ingombrante fantasma romano tornato a fare danno. Infatti quando scompare un giovane comico, Simone Rossmann, figlio unico di famiglia molto agiata con la quale ha rotto i ponti  per darsi al palcoscenico, secondo la denuncia del padrone di casa, un michelangiolesco settantenne ex stagnaro (idraulico per i non romani), salta subito fuori una prima incredibile coincidenza. Il ragazzo abitava in un monolocale dello storico edificio romano di via Baccina, rione Monti, dove aveva vissuto il giovane Ettore Petrolini, come testimoniato dalla targa appesa sulla facciata del palazzo. Non basta: il repertorio del giovane attore era improntato quasi fanaticamente ai vecchi ritmi e giochi di parole petroliniani. Le indagini vengono subito affidate al gigantesco ispettore milanese Ceratti che, coadiuvato dal fido agente Cammarata, dopo aver sfondata la porta a spallate ed essere entrato scoprirà una seconda e invasiva coincidenza: l’appartamento è completamente tappezzato da immagini, foto e locandine di scena del grande idolatrato divo del varietà del Novecento, Ettore Petrolini. E quando Ceratti, spiazzato dall’assurdità della situazione, in cerca di conforto documentaristico e aiuto nelle indagini, convoca come al solito il libraio Ettore Misericordia che lo raggiunge tallonato da Fango, voce narrante della situazione e indispensabile spalla, guardandosi attorno verrà fuori una terza stranezza. Sul piatto del centenario grammofono anni Venti c’è un disco a settantotto giri, “Ha detto il sole”, imperituro successo di Petrolini che, messo in funzione, continua a incantarsi sinistramente sulla parola “morire”. E la voce incisa sul disco è proprio quella del divo anteguerra. Sembrerebbe una macabra e premonitrice coincidenza, perché pochi giorni dopo viene rinvenuto un altro cadavere. Per il povero e gigantesco ispettore milanese la faccenda si rivela subito talmente intricata che per arrivarne a capo necessiterà del fiuto e della longa manu di Misericordia. Insomma, di qualcuno in grado di immergersi totalmente nel mondo e nella storia dell’inizio Novecento romano, prendendo in considerazione tutti i possibili particolari indispensabili per sbrogliare il caso. E chi più di Misericordia, esperto dell’epoca, che deve addirittura il suo nome di battesimo al padre, libraio come lui ma anche fan di Petrolini? Per sbrogliare il mistero si dovrà intraprendere una rocambolesca indagine che si addentrerà nella movimentata e non sempre lineare vita di Ettore Petrolini, uomo vissuto quasi un secolo prima. I misteri del passato si intrecciano con quelli del presente dando vita a un’avventura piena di colpi di scena tra straordinari palazzi, vicoli, strade e piazze romane.
Ancora un giallo, in una fresca atmosfera marzolina, che ci rituffa nella consueta e teatrale ma verace rappresentazione della Città Eterna, tra antichi monumenti e vestigia del Ventennio. Una Roma dai ritmi “moriniani”, in bilico tra il presente e il passato, che talvolta ci fanno dimenticare il tempo. Un giallo che prende per mano il lettore e l’accompagna in tanti luoghi belli e segreti della Capitale. Una collaudata ricetta condita dall’intelligente humour dei fratelli Morini che ci regalano un giallo classicheggiante, ma anche un raffinata e utile guida turistica per un pubblico di eletti. Da leggere.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi è la volta Diario di una Schiappa. Portatemi a casa! di Jeff Kinney, il Castoro 2015.
Greg, il ragazzo che già conoscete, questa volta parte per un viaggio di vacanza con la sua famiglia. Partono e a lui, sfigato, naturalmente in macchina tocca l’ultimo posto, stretto e pieno di bagagli. La prima tappa del viaggio è una fiera, un mercato pieno di giostre e divertimenti dove Manny, il fratello più piccolo, vince un porcellino vero. Poi decidono di andare in spiaggia, però fanno un incidente e chiamano il carroattrezzi. La macchina è rotta e il meccanico la sta aggiustando, ma ci vuole molto tempo. Quindi decidono di andare a un parco acquatico lì vicino. Si divertono molto, ma perdono la chiave del loro armadietto nel quale avevano messo i cellulari e i portafogli. Sconsolati tornano nel posto in cui hanno lasciato la macchina ma si accorgono che è sparita. Quindi chiedono un passaggio e due signori li riportano a casa. Ma le loro avventure e le loro disgrazie non finiscono qui…
Un diario davvero divertente!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2019

Ogni tanto mi butto sull’arte. Soprattutto sulla pittura. Chissà perché. Forse per dimenticare un po’, tra lo sfavillio dei colori, qualche ombra del reale. Prendo i miei librettini di Art Book, Leonardo Arte, pubblicati dal 1998 al 2000, e mi metto a sfogliarli. In primis l’Impressionismo con i suoi artisti e la luce che pervade le loro tele. La luce, segno di vita, di gioia: Manet, Monet, Renoir, Pissarro… Che fico rivedere campi di grano, feste di ballo all’aperto, tramonti arrossati, il golfo di Napoli, colazione di canottieri, belle bagnanti e, insomma, il pulsare del mondo!
Poi prendo i gialletti e mi crogiolo tra ombre, mistero, sangue e morti ammazzati. Vedete un po’ voi…

Doppia verità di Michael Connelly, Piemme 2019, traduzione di Alfredo Colitto.
Bosch. Hieronymus Bosch. Ovvero Harry Bosch. Quante volte abbiamo letto le sue avventure! Quante volte ne abbiamo sentito parlare! (con questa credo che si tratti della ventesima). Ma il tempo passa per tutti. Ormai il nostro eroe è invecchiato. Un detective in pensione a studiare casi non risolti, i cold case, in una cella a San Fernando nell’area di Los Angeles.
Ed ora gliene arrivano due insieme: uno del passato e uno del presente. Il primo riguarda un certo Preston Borders, accusato trent’anni prima, da lui e dal suo collega Frankie Sheenan, di avere ucciso Danielle Skyler. Una nuova prova, costituita dal dna di un altro assassino sui vestiti della donna, mette in dubbio tutto il suo lavoro. Anche perché quella inconfutabile (ciondolo di cavalluccio marino) sembra sia scomparsa dalla scatola delle prove del Dipartimento di Los Angeles. Il secondo riguarda un doppio omicidio nella Farmacia La Familia dove sono stati uccisi a colpi di pistola sia il padre che il figlio.
E, dunque, doppio lavoro per il Nostro, da svolgere nell’arco di pochi giorni, perché Preston non venga scarcerato. Ma lui, lo sappiamo, è forte, duro e testardo come una roccia. Sa di avere svolto il suo compito con estrema diligenza. Ad aiutarlo il fratellastro avvocato Mickey Haller e, solo in parte, i Qui, Quo, Qua, ovvero i tre detective a tempo pieno del dipartimento: Danny Sisto, Oscar Luzon e Bella Lourdes (capo Trevino).
Doppio lavoro, dicevo, estremamente pericoloso perché il caso della farmacia nasconde uno spaccio di pillole, conniventi medici e farmacisti senza scrupoli, in mano a una organizzazione criminale di origine russo-armena. Con la quale Bosch se la deve vedere, in missione sotto copertura nei panni di un tossicodipendente, che gli spalancherà le porte su un mondo di soprusi e violenze.
Allo stesso tempo la vecchia storia di Preston riemerge pian piano nei minimi particolari con tutti i dubbi e gli assilli del caso: chi ha manomesso le prove? Perché? Qual è il suo obiettivo? Un lavoro incredibile (dovrà pure difendersi in tribunale) mentre il rapporto con la figlia Maddie diventa sempre più difficile, arrivano ondate di malinconia per il tempo che scorre, brevi flash sul passato, il ricordo della moglie, del padre e della madre, un po’ di musica a fargli compagnia (magari con Lullaby di Frank Morgan, il preferito). Come se questo non bastasse c’è pure da far luce sul caso di Esmeralda Tavares, scomparsa dopo aver lasciato la figlia nella culla (classico finale a sorpresa).
Tutto sembra opporsi ai suoi sforzi. “Il mondo era oscuro e spaventoso” senza un pur minimo senso logico, ma lui non demorde, capace di infrangere i regolamenti pur di raggiungere la verità. E quando Lucia Soto gli parla di una sua nuova scoperta “Voglio entrare nell’indagine. Andiamo a prendere quell’uomo.” E chi lo ferma! Il solito Bosch. Hieronymus Bosch. Ovvero Harry Bosch.
Alla prossima.

L’ombra del Corvo di Tessa Harris, Mondadori 2019.
Siamo nell’Inghilterra (più precisamente nell’Oxfordshire) del 1784. Lydia Farrell, fidanzata dell’anatomista dottor Thomas Silkstone, è stata rinchiusa nel manicomio di Bedlam con un raggiro perpetrato da chi vuole prendersi la sua tenuta (addirittura attraverso la firma falsa dello stesso Thomas). Ovvero da sir Montagu Malthus, custode giudiziario della suddetta proprietà di Boughton, per conto di lord Richard Crick, il vero padrone di appena sei anni.
Tutto ha inizio quando viene ucciso l’agrimensore Jeffrey Turgoose, del cui omicidio è accusato un boscaiolo (orologio e pistola del morto trovati nella sua abitazione). L’anatomista cercherà in tutti i modi di scagionarlo perché sicuro che dietro esista un complotto che riguarda il problema delle Recinzioni. “La terra demaniale e i boschi, che i residenti hanno il permesso di usare a loro piacimento, saranno recintati e diventeranno parte esclusiva di Buoghton. I contadini perderanno il loro diritto di far pascolare le greggi, di raccogliere legna per i camini, di cacciare conigli…” come spiega il coroner Theodisius Pettigrew, amico di Thomas. Un momento difficile che porterà a ribellioni e scontri con i soldati, mentre “regna la paura del Corvo, un fantomatico brigante che imperversa nelle foreste della zona.”
A questa parte generale della storia si aggiunge quella particolare che riguarda Lydia incatenata, sottoposta a salassi e chiusa a chiave nella sua cella, tra l’altro convinta che sia stato lo stesso Thomas a farla rinchiudere per gelosia (le hanno detto che ha firmato il documento per essere internata). La situazione diventa ancor più difficile e angosciosa quando sparisce e viene data per morta. E allora sorgono i dubbi: morta o ancora viva e al suo posto un cadavere disfatto? E, se viva, dove è stata nascosta?…
Il nostro anatomista si piazza al centro della scena con la sua scienza che giganteggia fra dicerie, irrazionalità, superstizioni, cure radicali (torture) contro i malati di mente. Pronto a difendere i più deboli e gli sfruttati, rischiando la propria vita, in continuo movimento da un posto all’altro per ricercare la verità all’interno di un sistema dove i più forti cospirano, anche fra di loro, per avere sempre più potere. Ce la farà?…
Per La storia del Giallo Mondadori abbiamo La ripresa postbellica di Mauro Boncompagni. Non perdetela!
Un giretto tra i miei libri

L’enigma dello spillo di Edgar Wallace, Mondadori 2009.
“Luke Trasmere, misterioso uomo d’affari, viene assassinato nella sua casa londinese. Un caso che è la quintessenza del crimine insolubile: camera blindata chiusa dall’interno, l’unica chiave ritrovata sulla scrivania della vittima. Ad affrontare l’enigma il melanconico ispettore Carver, di Scotland Yard, e Frank Molland, cronista intraprendente…”
Ma non basta. La camera è stata chiusa anche dall’esterno, la chiave è macchiata di sangue, sangue anche sulla porta sia all’interno che all’esterno, il povero Tasmere ucciso con un colpo di pistola alle spalle, la pistola non si trova, nella stanza sotterranea si trovano invece i gioielli di un’attrice famosa, Ursula Adfern, alla quale sono stati rubati il giorno stesso del delitto. Non manca uno spillo leggermente incurvato, che dà il titolo al libro, rinvenuto nel corridoio (ad essere pignoli gli spilli incurvati sono due e in seguito altro morto con altro spillo per terra) e un cappelletto di celluloide di un tasto di una macchina da scrivere (e forse mi sfugge qualcos’altro).
Subito indiziati il cameriere tuttofare Walter, che altri non è che un ladro matricolato, e un ex socio di Trasmere venuto dalla Cina a minacciarlo pure di morte. Come in ogni giallo di Wallace che si rispetti, tipi misteriosi (fra cui una donna velata) si aggirano furtivi intorno alla casa del delitto e l’innamorato di turno (qui sono due) perde la testa dietro a una adorabile e intrigante signorina.
Con qualche nota umoristica sparsa qua e là (vedi la figura spassosa dell’architetto Stott) e qualche spunto di sana sociologia spicciola “Un delitto è da sempre, nel luogo in cui viene commesso, un evento del quale anche gli abitanti del quartiere che ne sembrano più seccati si compiacciono in segreto. Siccome, per quanto si faccia, è impossibile cambiare la natura degli uomini, succede che i giornali vendano un numero maggiore di copie quando riferiscono disgrazie ed episodi di cronaca nera che quando danno belle notizie o trattano di cose che vanno bene, e nulla induce il lettore ad affermare che sul giornale non c’è proprio niente di interessante quanto il leggere che il vicino ha ricevuto una eredità improvvisa”.
E non ditemi che i tempi sono cambiati…

Fino a metà del libro mi sono messo un po’ a sonnecchiare, dico la verità, cullato da uno stile volutamente ottocentesco in onore della Austen e del suo capolavoro Orgoglio e pregiudizio, da cui sono tratti i personaggi del libro in questione. Ovvero…
L’enigma di Mansfield Park di Carrie Bebris, Tea 2010.
Più precisamente Elizabeth Darcy, moglie di Fitzwilliam Darcy, ospiti del conte di Southwill, la zia Lady Catherine de Borgh che tiranneggia la figlia Anne, timida, impacciata e sottomessa. Per di più promessa sposa, senza essere stata consultata (un’abitudine dei tempi), a Neville Senex dal carattere collerico e francamente disgustoso. Chiaro che Anne non ne possa più e se ne fugga con Mr. Crawford, già in precedente relazione con una donna sposata, lasciando un biglietto a Elizabeth. Apriti cielo e tutti a rincorrere i novelli fuggiaschi. Non la faccio lunga. Mi sono risvegliato appieno solo dopo la scomparsa di Mr. Crawford e… e non aggiungo altro. La storia allora ha incominciato a prendere una piega che si rispetti con i dovuti morti ammazzati (c’è addirittura un morto che sembra resuscitato), i dubbi, la sarabanda degli interrogativi da parte degli sposi, dotte digressioni su pistole e balistica del tempo, insomma un po’ di movimento che era l’ora. Insieme alle vicende personali viene fuori il problema della condizione di inferiorità delle donne anche dal punto di vista testamentario. Scialbe le figure dei coniugi Darcy (non mi è rimasto impresso niente di particolare) mentre Lady Catherine, invece, impazza un po’ dappertutto. Colpo di scena con rapimento incorporato, spiegazione finale complicata il giusto e l’amore che vince sul vile (si fa per dire) denaro.

I Maigret di Marco Bettalli

Il pazzo di Bergerac del 1932
Se il “messaggio” è sempre lo stesso (il male non proviene dagli elementi poveri e marginali della società, o addirittura dai “pazzi” che ne stanno decisamente fuori, ma è insito profondamente proprio in chi della società occupa i posti più alti, e che Maigret scopre grattando la patina di rispettabilità, eleganza e buone maniere che li caratterizza), il plot è ravvivato dal ferimento, proprio all’inizio, di Maigret, con la conseguenza che il commissario svolge tutta l’inchiesta (supportato dalla signora Maigret, alla sua prima “parte” importante) steso su un letto di una camera d’albergo, dalla quale, lentamente, si “imbeve” di tutte le abitudini, i personaggi e i segreti piccoli e grandi della cittadina di Bergerac (il richiamo è, irresistibile, alla Finestra sul cortile di Hitchcock). Forse per questa sua condizione particolare, Maigret appare (soprattutto nella prima parte del romanzo) curiosamente sopra le righe, tanto da far credere al suo vecchio amico e ad altri di essere vicino ad aver perso la ragione. Ma non è così, anzi: con eccezionale e quasi visionaria intelligenza, il commissario come sempre sbroglierà la matassa, rivelando le tradizionali depravazioni della borghesia della provincia francese, non senza una sottile vena antisemita (il colpevole, pur brillantissimo e intelligentissimo, è ebreo e suo padre era un sordido elemento, sulle cui caratteristiche “razziali” Simenon non manca di indugiare).

Una testa in gioco del 1931
Trama originale, quanto tirata per i capelli: in pratica, Maigret, dopo aver svolto un’inchiesta per un duplice omicidio efferatissimo e aver portato a un passo dal patibolo un povero disgraziato, “sente” che c’è qualcosa che non va e convince, diosolosacome, il ministro, il procuratore e quant’altri a far fuggire il condannato a morte in modo da seguirlo e riaprire in qualche modo l’inchiesta. Nel fare questo, mette in gioco la sua carriera e corre enormi rischi. Naturalmente, tutto andrà a finire nel migliore dei modi: nell’atmosfera della Parigi “bene”, tra bar e alberghi di lusso, si farà strada la figura, del tutto inverosimile, del colpevole, un genio anarcoide esule dalla Cecoslovacchia, dotato di incredibile intelligenza e… di poco altro. Oggettivamente, pur piacevole (non esistono Maigret non piacevoli!) per le descrizioni degli ambienti (finalmente siamo, in pianta stabile, a Parigi), per piccoli particolari di grande finezza, per la presenza di molti collaboratori fedeli di Maigret (Dufour, poi non più utilizzato, e i soliti Janvier e Lucas), non uno dei migliori Maigret: d’accordo che la verisimiglianza non è caratteristica fondamentale, ma in questo caso Simenon esagera un po’, e il finale è francamente ai limiti del ridicolo.

La balera da due soldi del 1931
Una storia complicata e ai limiti dell’inverosimile (e dai risvolti gialli in realtà quasi inesistenti), che parte da un mezzo sfogo di un condannato a morte pronto a salire sul patibolo, in cui Maigret si caccia a forza invece di raggiungere la signora Maigret in vacanza dalla sorella (siamo a fine giugno). I protagonisti, sostanzialmente riferibili a “tipi” fissi (ebrei usurai, mogli molto allegre, mariti che pensano solo a far quadrare i conti di imprese commerciali zoppicanti, commercianti bellocci e ben forniti di soldi ecc.) tendono a essere inconsistenti, in primis il colpevole, inglese, nichilista, intelligentissimo, francamente poco interessante. Indubbiamente, si salvano alcune descrizioni, alcune pagine (le vacanze sulla Senna, subito fuori Parigi, della piccola borghesia, in luoghi che oggi saranno senza dubbio inglobati nell’enorme metropoli, lo stupore che suscitavano ancora le auto, veri e propri status symbol …): ma il tutto suona molto falso, tanto che è possibile senza dubbio giudicare il romanzo tra i meno riusciti dei Maigret.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Joe Petrosino, il mistero del cadavere nel barile di Salvo Toscano, Newton Compton 2019.
La vera storia del terrore della Mano nera e di Joe Petrosino, il famosissimo poliziotto in bombetta, di origine italiana, che osò sfidare e combattere la mafia di Little Italy.
New York, 1903. Erano appena le cinque e mezza del mattino ma la vita, in quel pezzo dell’East Side irlandese al confine con Little Italy, era già in fermento. Piovigginava triste e Frances Connors, un donnone irlandese impiegata come donna delle pulizie che trotterellava verso il forno per comprare del pane, si trovò all’improvviso davanti a un barile abbandonato sul marciapiede di fronte all’edificio al numero 743 tra l’Undicesima Strada Est e la Avenue D. Era ingombrante, panciuto, abbastanza nuovo. Solo le doghe erano un po’ arrugginite. E qualcuno doveva averlo lasciato là da poco perché non era fradicio d’acqua, notò subito Frances. Si fermò incuriosita e si avvicinò con la speranza che contenesse qualcosa di commestibile o di utile. Posò l’ombrello aperto a terra e guardò in giro. Non voleva essere vista mentre frugava tra i rifiuti. Ma… nulla e nessuno. Allora alzò il cappotto zuppo che copriva il barile, lo lasciò cadere, si sporse a guardare dentro e scorse l’orrore di un cadavere orribilmente mutilato. Il suo grido di terrore squarciò il silenzio, svegliando i dormienti della case vicine, e richiamò l’attenzione del poliziotto di pattuglia nella vasta zona subito al di fuori di Little Italy. L’agente soffiò nel fischietto per far accorrere i colleghi della centrale. Il morto, prima di essere ripiegato in due e cacciato a forza dentro la botte, era stato sadicamente torturato e gli avevano tappato la bocca con i genitali. L’uomo, un perfetto sconosciuto nel quartiere e che non figurava negli schedari della polizia, dimostrava circa trentacinque anni ed era vestito decorosamente. Alcuni precisi segni indirizzano subito la squadra al comando dell’ispettore Max Schimitberger verso la criminalità italiana. Si tratta, è chiaro, di una bella patata bollente che mette in tilt l’intero dipartimento di polizia di New York e ben presto l’ispettore Schimitberger, posto sotto pressione dai superiori che pretendono una rapida soluzione del caso, dovrà invece vedersela anche con i servizi segreti (dietro quel delitto girano interessi molto pericolosi; potrebbe anche celarsi un traffico di banconote false). Insomma un’operazione perfetta per il “Dago”, il sergente investigativo Giuseppe “Joe” Petrosino che deve il suo grado addirittura al presidente Theodore Roosevelt. Solo il Dago, il più famoso detective della città, italiano naturalizzato americano, può metterci le mani. Lui, il piccoletto nerboruto (1,60 circa più rialzi nelle scarpe e qualche centimetro guadagnato con la bombetta), è capace di muoversi come si deve per i vicoli di Little Italy, capire tutti i dialetti della penisola, comprendere i contrassegni e le regole imposte e seguite dalle prime organizzazioni criminali americane, quali la Mano Nera…
Salvo Toscano ha deciso di ridare vita a un personaggio realmente esistito, Joe Petrosino, poliziotto nato a Padula in provincia di Salerno nel 1860. Di famiglia piccolo borghese, ebbe la fortuna di studiare abbastanza. Ma l’Unità d’Italia portò povertà e fame al Sud. Emigrato, come molti italiani, negli USA alla fine del 1800, fu strillone venditore di giornali, poi lustrascarpe, netturbino e infine a diciassette anni finalmente arruolato come poliziotto. Ma nessun italiano era al sicuro in quella New York del passato dove dominavano paura, omertà, minacce e sgarri che si lavavano con la morte. Un romanzo con una precisa componente biografica e anche per questo molto intrigante, affollato di personaggi realmente esistiti e molto ben rappresentati nella narrazione e in cui ritroviamo purtroppo ancora troppi punti in comune con l’oggi. Un thriller intrigante, un perfetto spaccato di quel mondo di emigrazione di allora. Un tuffo nel passato che dovrebbe far riflettere su quando ad emigrare erano gli italiani. Un giallo coinvolgente, in cui ritroviamo una New York dei primi ‘900 ai primordi del suo splendore, un città invasa da svedesi, tedeschi, italiani, irlandesi, gente dell’Europa dell’Est, del medio oriente, cinesi… Ognuno a suo modo ghettizzato nei propri quartieri, barricato nei loro caseggiati, afflitto da pregiudizi e timore verso gli estranei. Una bella storia che deve continuare. Alla prossima?…

Sporchi delitti di Luigi Guicciardi, Fratelli Frilli 2019.
28 marzo: a Sestola, famosa stazione di vacanze dell’Appennino modenese, Michela Fornè, una ricca e ancora giovane signora della borghesia, viene ritrovata nel bosco, orribilmente sgozzata, da una veterinaria che stava facendo jogging. Il cadavere della vittima era parzialmente nascosto da un grosso ramo caduto durante un torrenziale temporale notturno. Le indagine vengono affidate al Maresciallo Elio Biolchini, alla testa della locale stazione dei carabinieri che, approfittando della presenza in zona del nipote, l’agente di stanza a Modena Bonucchi, gli chiederà di raggiungerlo sul luogo del delitto e dare un’occhiata. Ma nome e potenti amicizie familiari il 1 aprile fanno arrivare a Sestola anche il commissario Giovanni Cataldo, detto Vanni. Ricorderete tutti lo storico personaggio di Luigi Guicciardi, il commissario Cataldo, al top della maturità professionale, ormai vicino alla sessantina, divorziato e con ohimè i figli lontano, che è rimasto alla testa della squadra coadiuvato solo (se si parla della vecchia guardia) dal sovrintendente De Pasquale. Il grande Muliere non c’è più e anche la sua spalla destra di precedenti indagini, l’ispettore (amica e forse qualcosa di più) Lea Ghedini, ha avuto il trasferimento a Pavia. Arrivato a Sestola Cataldo, su suggerimento del Maresciallo, arruolerà come guida e aiutante proprio l’agente di polizia Bonucchi. Gli approfondimenti e i primi interrogatori rivelano che Michela Fornè aveva chiesto il divorzio dopo svariati anni di matrimonio per incompatibilità (aveva una relazione) e aveva piantato figlio quindicenne e marito. L’uomo ancora innamorato di lei era un possibile indiziato, ma aveva un buon alibi. Nelle ore in cui la moglie era stata uccisa stava giocando a bridge al circolo. L’indagine passa sulle spalle del commissario Cataldo e quando poi, pochi giorni dopo, un’altra giovane donna, sposata ma con una vita sentimentale movimentata, viene uccisa con modalità molto simili a quelle della Fornè nel suo appartamento cittadino, il nostro è costretto a darsi da fare pungolato dai superiori. Coadiuvato dal sovrintendente De Pasquale e dal giovane Bonucchi, che ha preso sotto la sua ala, Cataldo sarà costretto a portare avanti per dieci giorni una difficile inchiesta. Le due donne non si conoscevano, non avevano rapporti tra loro, unico punto in comune: erano tutte e due separate. Cerca, briga, forca e scava e finalmente salta fuori un labile possibile legame ma le indagini devono confrontarsi con ostacoli, lacci e lacciuoli che rallentano o accelerano, rincorrendo gli sviluppi dell’inchiesta…
Sporchi delitti è un thriller ben concepito, con una narrazione che sa immergerci di continuo nelle sensazioni, nelle reazioni emotive e nel punto di vista del killer mentre contemporaneamente riesce a renderci partecipi delle emozioni, della professionalità e dei personali convincimenti di Cataldo. Uno scenario appenninico e campestre magicamente ricostruito e una città, Modena, che vive una sua compiaciuta modernità divisa tra i fasti di provincia e i guai sociali copiati dalla vicina realtà metropolitana. Una Modena con le sue piogge, le sue nebbie, le sue diversità tutte emiliane, perdonata in partenza dell’autore, modenese doc, e invece ancora in un certo senso subita ma accettata da chi forse rimpiange il caldo sole e il mare della Calabria.

Un doppio binario nel tempo per il thriller storico di Francesca Ramacciotti I custodi della pergamena del diavolo, Newton Compton 2019, che si svolge a Pisa tra il 1100 e i giorni nostri. Un tesoro scomparso all’ombra di un monastero, mentre un feroce assassino semina morte tra povere donne costrette a vendersi per fame, ma anche un inquietante mistero destinato a valicare i secoli che torna a vedere la luce da una approfondita ricerca in antichi diari.

 

 

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi niente Geronimo Stilton ma I più grandi eroi dei miti greci di Luisa Mattia, Gribaudo 2019.
Trattasi di ben ventuno racconti, perciò è impossibile farne un sunto di tutti. A dir la verità non so come iniziare. Il mio nonno pensa che io sia già uno studente delle superiori mentre frequento solo la quarta elementare. Ora lo chiamo perché non mi può lasciare solo “Nonno, vieni qua a darmi una mano!”. “Arrivo!”
Siamo in un mondo di uomini, dei e semidei, di guerra, duelli, lotta, tradimenti e rapimenti, vendette, amori, sacrifici, prodigi, trasformazioni e prove incredibili da superare, re, regine, indovini, animali magici. Un mondo veramente fantastico. Ora la parola al nipotino…
Il racconto che mi ha colpito di più è stato L’ariete dal vello d’oro perché ci fa conoscere un animale magico dal vello d’oro, appunto, che gli permette di volare e guarire tutte le malattie. Salverà due ragazzi, Elle e Frisso, da una matrigna cattiva e lui stesso si sacrificherà, ovvero si farà addirittura uccidere per far sposare Frisso con la figlia di un re. Accidenti, che sacrificio!
Ma ci sono anche tanti altri racconti che mi hanno colpito con dei, eroi, uomini: Zeus, Teseo, Elena, Achille, Persefone, Ettore, Menelao, Giasone, Odisseo, Apollo… Vi invito a leggerlo!