Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio 2020

(Anche quest’anno, incredibile ma vero, il nostro Fabio Lotti compie gli anni!
Auguri di buon compleanno, Fabio!
)

In attesa di rivedere e riabbracciare i miei nipotini ho ripreso in mano alcuni libri che avevo letto insieme a loro come Racconti per i bambini, Fiabe illustrate, Cento racconti illustrati e Storie illustrate dai miti greci, tutti pubblicati dalle Edizioni Usborne, per sfogliarli e rivivere qualche momento bello della mia vita.

L’amante di pietra di Stefano Di Marino, Il Giallo Mondadori 2020.
Avendo letto con soddisfazione sia Il palazzo dalle cinque porte che La torre degli Scarlatti, nei quali è presente il solito, ben riuscito protagonista, non ho avuto remore nel beccarmi anche questo.
Dieci anni prima. Villa sul lago. Una ragazza, giovane, bella, elegante. Ha proprio qui un appuntamento con qualcuno che le ha dato le chiavi per entrare. Silenzio, buio, fruscio, un gatto, profumo d’incenso. Statue di pietra posate su piedistalli. Fra cui quella una di una ragazza che ha conosciuto e poi è scomparsa. Ormai è troppo tardi…
Amsterdam, oggi. “Un uomo alto, con i tratti fini, i capelli scuri e lunghi sulle spalle, appena screziati con qualche sfumatura di grigio”, sguardo intenso ed abiti eleganti. Ovvero Bas Salieri, illusionista, mago, “cacciatore di falsi santoni, rivelatore di truffe e inganni ai danni della povera gente”, amante di thriller ed esperto di Taiji, una forma di arte marziale. Alla ricerca, fruttuosa, del manifesto cinematografico La magia nera nei secoli di Demetrio Savini, anno 1998. Praticamente il suo ultimo film horror. Che non piace molto a Zaira, la magnifica brasiliana segretaria di Bas. “È orrendo, un sogno di un folle”, la sua lapidaria definizione. Dopodiché una strana telefonata e sparisce, Non si trova più. Che collegamento potrebbe esserci tra Demetrio Savini morto da molti anni, geniale regista incompreso e Zaira che non aveva risposto alla domanda sui loro eventuali rapporti?
Ed ecco la telefonata dell’ispettore Vorbrek. Una ragazza è stata uccisa vicino al canale Singel nello Spui con la gola tagliata, intorno a lei un pentacolo con numerose candele rosse. L’arma, si saprà in seguito, potrebbe essere un Salmaguda originale… Iniziano le indagini della polizia e di Bas. Nella camera di Zaira una stanza segreta, una foto con cinque ragazze tra cui quella assassinata insieme a Demetrio Savini. Sul retro i loro nomi e una frase “Lucille Hubeq, Elisabetta Briggi, Zaira Vargas, Valeska Ramek e Hedelweiss Holmen. Le stelle nere del Maestro.” Tra l’altro Elisabetta Briggi, attricetta ballerina, era sparita nel nulla, classico caso irrisolto per il commissario di allora Francesco Scotti che ne era rimasto ossessionato. Sembra che ci sia di mezzo una setta di adoratori del demonio bruciati vivi dall’Inquisizione nel XIII secolo, i cosiddetti Supplizianti. Qualcuno vuol far credere che siano di ritorno?
Le indagini di Bas diventeranno delle vere e proprie peripezie tra una città e l’altra, partendo da Praga per ricercare una ragazza della foto. Qui scopre che si è messa sotto la protezione degli Uomini dagli Occhi di Piombo, nazisti, criminali, dediti a orge che finiscono nel sangue. E qui ci sarà l’incontro con Nieves Scotti, figlia del già citato commissario Scotti, che vuole continuare la ricerca del padre. I due faranno coppia e si aiuteranno a vicenda (classico momento di eros). Si passa poi a Berlino dove Bas è sempre più convinto che esista un motivo grave per quella riunione di donne diverse fra loro dopo tanti anni. Qualcosa che Lucille Hubeq aveva rivelato a Zaira la notte in cui era stata assassinata. Infine ultima meta Torino, l’incontro con l’amico Corrado Arvale che lo aiuta nelle ricerche sulla storia dei Supplizianti e il vicequestore in pensione Sauro Panitta appesantito dall’età e dalla buona cucina, cappotto spigato, cappello di feltro, baffi grigi e mente fina. Via alla ricerca di chi aveva conosciuto e lavorato per Savini, mentre qualcuno vuole rintracciare le ragazze per mettere in scena un rito sacrificale alla prima luna piena. E non c’è molto tempo per salvarle. Siamo davanti alla villa del lago Maggiore. Il cerchio si chiude.
Capitoletti brevi alternati a passaggi più lunghi secondo andamento e importanza: dubbio, assillo, mistero, magia, superstizione, sesso, perversione, paura, pericolo, scontri (con un individuo gigantesco, l’albino) e morte soprattutto per coloro che sono venuti in contatto con Bas. Insomma un’atmosfera che circola brividosa per tutto il racconto insieme a spunti vividi di personaggi, di squarci di città e paesaggio, di luoghi ambigui, interni bui e foschi a mischiare reale e fantastico. Si avverte, da parte dell’autore, la sua passione per la ricerca, lo studio delle fonti per conoscere, capire e rappresentare al meglio un mondo oscuro e spaventoso. In concreto un lavoro complesso sapientemente orchestrato.

Dov’è Cicely? di Anthony Berkeley, Il Giallo Mondadori 2020.
Londra anni Venti. Si parte con il sorriso che l’autore riesce a strapparci attraverso il dialogo tra il giovane gentiluomo Stephen Munro e il suo valletto Ebenezer Bridger. Il primo sta spiegando al secondo la sua nuova situazione finanziaria decisamente critica che comporta anche il suo licenziamento e la risposta è sempre uguale e monotona “Sì, signore”. In effetti Stephen è costretto a trovare lavoro come valletto, insieme a Bridger, al servizio dell’ultima erede della famiglia Carey, ovvero lady Susan Carey a Wintringham Hall nel Sussex.
Se la dovrà vedere con lo spigoloso maggiordomo Martin (scontri continui fra i due), incontrerà due vecchie conoscenze come l’ex fidanzata Pauline (ora insieme ad un magnate della finanza) e Freddie, nipote della lady. Quest’ultimo fautore di un esperimento di magia con gli ospiti della migliore società durante il quale sparirà nel salotto, dopo urla, colpi tremendi e un odore di cloroformio, Cicely Vernon (aveva già dato segni di agitazione e timore) figlia di una cara amica di lady Susan. Qualcuno pensa che si tratti di uno scherzo della stessa Cicely, qualcun altro che sia stata rapita. Comunque è sparita. E non si riesce a trovare da nessuna parte. Solo una sua sciarpa è finita impigliata nella cornice di un grande quadro. Come è potuta arrivare lì?… E perché lady Susan afferma di sapere dove si trova e non vuole dirlo?…
In seguito verrà scoperta la vera identità di Stephen che sarà accolto, comunque, come ospite e indagherà insieme a Paula su quell’incredibile, inconcepibile mistero. Tra le varie caratteristiche del racconto abbiamo il classico passaggio segreto, qualcuno tra gli ospiti che a suo tempo è stato in prigione, un uomo bruno non identificato che si aggira per il bosco, la sparizione di una bella collana di lady Susan e chi potrebbe conoscere la verità viene trovato ucciso dal ramo di un albero caduto sopra di lui, Morte accidentale o omicidio? Addirittura potrebbe trattarsi dell’uomo sbagliato al momento sbagliato e la vittima designata doveva essere proprio Stephen che aveva detto di passare di lì. A complicare il caso arrivano delle lettere ricattatorie a lady Susan. Deve versare una cospicua somma in un determinato luogo pena la morte della povera Cicely. Continui dubbi, continui tormenti per Stephen e Paula fino a quando arriva la luce che svela il mistero con l’apporto sostanziale di Bridger.
Grande maestria nel delineare con pochi tratti efficaci le caratteristiche dei vari personaggi che rimangono vivi nella mente del lettore. Brivido, mistero, buio, paura, scontri insieme a momenti sentimentali con l’amore ritrovato. Soluzione in tutta sincerità assai complessa da seguire con l’occhio sveglio dopo una bella bevuta di caffè. E non è detto che ci si raccapezzi.
Per I racconti del giallo abbiamo Il respiro del diavolo di Marzia Musneci.
Un morto sotto il ponte della Magliana colpito al cuore con una lama. Su pollice e indice lievi abrasioni. Segue altro cadavere in un luogo frequentato da tossici. Colpo di arma da fuoco dritto al cuore, mozzate le dita e distrutto l’arcata dentaria. Lavoro per il vicequestore aggiunto Fidelio Barca e i suoi assistenti. Di mezzo certi superpeperoncini cuciti nella fodera di un giubbotto di pregio rubato a un morto ammazzato dal suo assassino che è stato a sua volta ammazzato. E, guarda caso, c’è proprio un convegno per appassionati del peperoncino in un hotel di Castel Gandolfo. È lì che bisogna andare…

L’animale più pericoloso di Luca D’Andrea, Einaudi 2020.
Dora Maria Holler, nata e cresciuta a Sesto Pusteria in Alto Adige Sudtirol, ha tredici anni e le treccine bionde. Sta scappando di casa con uno zaino, gli scarponi da montagna, una cartina e diverse provviste per salvare il rifugio di una lince. È una ambientalista convinta come Greta Thunberg (legge saggi sull’ecologia e una serie di importanti monografie). Ha un appuntamento con “Christopher”, ovvero Gert Shafer conosciuto su internet e convinto fautore della Resistenza contro l’animale più pericoloso che sta distruggendo il pianeta: l’uomo. Ma Gert è tutt’altro la persona che dice di essere…
Collegato a questa fuga l’assassinio di Hannes Baumgartner, precedenti “per droga, percosse, rissa e resistenza a pubblico ufficiale”. Guardiano notturno del parco-zoo di Dölsach e autista di una Renault per trasporto di materiale biologico pericoloso. Ma perché ucciderlo e chi lo ha fatto?…
Inizia la caccia. Una lunga, faticosa rincorsa. Classico gruppo di lavoro poliziesco composto da diversi soggetti ognuno con il proprio vissuto, i propri obiettivi, le proprie esperienze e preoccupazioni. Tra i quali si distingue il capitano dei carabinieri Victor Martini, destinato all’ufficio scartoffie, che si porta dentro l’orrore di non aver salvato le donne dello Squartatore di Testaccio. Alla caccia di Gert anche Alto e Basso con propositi per nulla amichevoli…
A capire l’intricata, incredibile situazione che si verrà creando il citato e tormentato Victor, “eroe” a suo modo, tra lo scontro di poteri all’interno della polizia. Durante il racconto ci aspetta una serie di fatti ed emozioni che si intrecciano fra loro: solitudini, intrighi, rapimenti, violenza, orrore, commercio di carne umana (“Un giro di “carne”, di cui l’Europa intera si nutriva come un vecchio vampiro in cerca di sangue fresco”), il passato che riemerge funesto, il cambio di prospettiva, la sorpresa che non finisce di stupirci di fronte alla falsa apparenza. Pioggia, tuoni, gemiti, grida, pianto. Morte.
E rabbia, incazzatura. La piccola Dora è incazzata con il mondo intero così come Victor (anche con se stesso). C’è tanta rabbia davvero in questa storia insieme a tensione, continui, veloci cambi di scena e passaggi temporali nella terra del Sud Tirolo, ricca di tanta forza suggestiva. Ovvero la Natura ancora bella, grande, possente, magnetica, di fronte alla piccolezza e meschinità dell’uomo.

Lui è Bill Scott. Lei è Eve, la stupenda moglie di un gangster di Miami. Sono scappati a Cuba e ora si trovano in un bar affollatissimo. “All’improvviso, lei mi si afflosciò davanti come uno zampillo d’acqua e giacque raggomitolata ai miei piedi”. Eve è stata uccisa con un lungo pugnale dall’impugnatura particolare: una scimmietta accoccolata che si porta le mani agli occhi. Ecco l’inizio di uno dei libri più belli che abbia mai letto. Anche se si tratta della terza (o quarta?) lettura di L’incubo nero di Cornell Woolrich, Mondadori 2008.
Per Bill le cose si mettono male. Tutto sembra congiurare contro di lui. L’altro pugnale che ha portato con sé (impugnatura diversa con solita scimmietta che si tappa le orecchie) sparito, il venditore che mente. Unica via di uscita la fuga, che le prigioni cubane non sono noccioline. Corsa fra i vicoli, aiuto insperato di una donna (Mezzanotte). Salvezza, flash back del suo incontro con Eve. Piccola luce in un tunnel senza speranza. Ritrovare il fotografo che ha scattato una fotografia proprio nel momento in cui erano insieme al bar. Chissà, forse si può sperare di vedere chi ha pugnalato Eve. Ma il fotografo è stato rapito…
Trama semplice, essenziale. Descrizioni accurate delle strade, dei vicoli, dei locali, delle persone. Prosa sicura, creativa, scintillante. Capace di penetrare nei meandri della psicologia umana. Figure a tutto tondo. Vere, reali. Uomini e, soprattutto, donne (sulle “donne” di Woolrich si aprirebbe un capitolo a parte).
Si legge tutto d’un fiato. E a bocca spalancata (sarà dura recensire altri libri).

I Maigret di Marco Bettalli

Il morto di Maigret del 1948 (disponibile anche in audiolibro)
Inizialmente pubblicato in Italia con l’insensato titolo Ben tornato Maigret e scritto in America (da qui forse una maniacale insistenza sulla topografia parigina, con itinerari descritti via per via), è un Maigret godibilissimo in molti momenti (la telefonata da casa con il mitico giudice Coméliau, la lettura di Dumas mentre Maigret è malato, i poliziotti che tengono aperto un bar per svariati giorni, con la moglie di uno di loro che si fa toccare il culo mentre serve a tavola e conquista clienti con i suoi manicaretti, la “guerra fredda” con Colombani, l’amico capo della Pubblica Sicurezza che sembra a sua volta un malavitoso), sorta di cronaca giornalistica su come si conduce un’inchiesta, piuttosto che un giallo vero e proprio. Appostamenti di giorni interi, Moers che ricava l’inimmaginabile da tracce minime e non dorme mai (come del resto il commissario, che non a caso, alla fine, per suggellare la chiusura del caso, piomba in un sonno profondissimo), telefonate, ricerche capillari, viviamo tutto “in presa diretta”: la polizia è mobilitata alla ricerca di una banda dell’est Europa dedita in tutta la Francia a rapine condite di omicidi e torture spaventose, guidata a Parigi da un insospettabile giovane, elegante e accompagnato da una ancor più giovane attricetta.

Maigret va dal coroner del 1949
Ultimo tributo di Simenon al suo soggiorno americano dopo la II guerra mondiale (v. Maigret a New York, n.26): il commissario in visita d’istruzione capita a Tucson, in Arizona, ad assistere alle indagini preliminari sull’uccisione di una ragazza, trovata morta sui binari dopo una notte di bagordi con dei giovanissimi aviatori di stanza da quelle parti. Se si prende il romanzo come trattatello sociologico sull’America di quegli anni vista da un europeo, ci troviamo di fronte a osservazioni intelligenti e a una simpatica disanima della irriducibile diversità degli americani. Se lo prendiamo come un giallo, è di una noia mortale, con tanto di disegnini su tracciati di ferrovie e strade che nessuna persona pur dotata di senno è in grado di seguire; anche la soluzione è di nessun interesse. Restano, negli interstizi di queste due strade maestre, svariate gags abbastanza simpatiche, centinaia di litri di alcool consumato dallo stesso Maigret e da tutti i personaggi (il bere è una vera e propria ossessione, sono praticamente tutti ubriachi o sul punto di diventarlo, con la passione dei seguaci di una religione. Attenzione: è però l’unico romanzo in cui Maigret beve anche una Coca-Cola!) e poco altro: ripeterò quanto già detto nel precedente “americano”: a Maigret non si addice l’America.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Il paese mormora. Le indagini del commissario Berté di Emilio Martini, Corbaccio 2020
Il commissario Berté ha assoluto bisogno di riposo, tradotto in parole povere “deve” staccare. L’improvvisa morte del questore Maestroni, che lo rivoleva in pista a Milano, e l’inquietante e drammatico caso che ha coinvolto la Procura di Lungariva, uniti alle incertezze legate al futuro professionale, lo hanno messo alla prova. Nonostante le amorevoli premure della Marzia, pronta per lui a traslocare e seguirlo ovunque, naviga nello stress. Il Questore di Genova, al telefono, gli ha ingiunto di stare calmo, di pazientare e attendere le decisioni superiori del CDA, ma insomma… Brutti pensieri a pioggia. Ragion per cui si lascia convincere dalle raccomandazioni di un amico, spalleggiato dalla Marzia, a concedersi una vacanza settembrina in mezza montagna: vacanza che sarà rallegrata da buone letture (e magari buttar giù qualche pagina), da ottima cucina garantita e ristoratrici passeggiate montanare. La località raccomandata caldamente è Montenorbo, ridente paesino della Valcamonica, ma sappiate che Montenorbo non si chiama così (questo è un poliziesco, non una guida turistica). E ormai saprete che le Martignoni in ogni romanzo offrono sempre generosamente ai lettori almeno due gialli: la trama del libro e un racconto del commissario. Stavolta si sorpassano e ci regalano persino l’indovinello di scoprire il nome del loro salubre paese fungaiolo e vacanziero. Indovina indovinello… E tutto allo stesso prezzo di copertina. Comunque, dicevamo, arrivati a Montenorbo, dopo abbastanza ore di viaggio da scatenare l’ansia di Bertè per quanto possa essere successo a Lungariva in sua assenza, l’accoglienza dell’albergo, una pausa prima di cena a letto con la Marzia e più tardi, in sala da pranzo, il corposo e gustoso menu lo fanno sentire subito meglio. Ma, ma… ma al tavolo vicino siede un coppia della zona. Loro coetanei più o meno. Parola tira parola, domanda tira domanda, supposizione altra supposizione e via dicendo. Insomma, mentre sono ancora seduti a tavola salterà fuori che, sotto la finta e sorniona tranquillità locale, da oltre trent’anni serpeggiano in paese perfidi e leggendari pettegolezzi, rancori, sospetti, maldicenze e, neppure velate, accuse vere e proprie. Se fosse tutto vero, saremmo davanti a un cold case con i fiocchi e appare più che giustificato il desiderio di fare chiarezza su un passato fosco che ha segnato la vita di alcuni abitanti. Altro che vacanza per Berté: il nostro si ritrova coinvolto in una brutta e complicata storia di paese che racconta una strana catena di incidenti, magari di delitti mai risolti? Spesso la realtà va al di là della fantasia: oddio, la jella può sempre colpire a raffica, ma intanto c’è la coincidenza che tutte le vittime erano amici tra loro, come se una sinistra maledizione abbia gravato per anni nella vallata. A partire dalla morte di Celeste Re, una bella ragazza di ventidue anni, precipitata in un crepaccio durante una gita in alta quota con un gruppo di amici. Dopo di lei, uno dopo l’altro avevano perso la vita tre dei quattro fratelli Griffi, membri della stessa comitiva in quel giorno della fatale gita in montagna. Ogni volta gli inquirenti avevano indagato, formulato delle ipotesi ma non avevano mai trovato elementi per sospettare il coinvolgimento di qualcuno e le morti erano state archiviate come accidentali. A Montenorbo si mormora che Fausto Griffi, il figlio minore e unico superstite della famiglia, cerchi da anni un documento di inestimabile valore… Gigi Berté stavolta però non può contare né sulla sua squadra né su aiuti tecnologici. Può servirsi solo del suo buon senso e del suo intuito. Prestando ascolto ai dubbi e ai timori di un preoccupato e riservato veterinario, da poco vedovo, sarà costretto a inanellare faticose passeggiate montane, a incontrare e sondare vecchi testimoni, e a recarsi agli appuntamenti di un inquietante personaggio, una specie di veggente, una poetessa e scatenata femminista ante litteram. Si scoprirà che i dubbi e i timori del vecchio veterinario erano fondati. Ogni storia e ogni morte hanno la loro imprevedibile logica e il conseguente e contorto perché, ma quelle verità che emergeranno dalle nere ombre del passato, provocheranno solo grande amarezza. Un giallo da manuale che sarebbe quasi potuto uscire dall’agile penna di Agatha Christie…

Grosso guaio a Roma Sud di Marzia Musneci, Todaro 2020.
Per me che ho vissuto e ricordo il clima e i personaggi che affollavano il mondo e le borgate romane degli anni Settanta, è facile immedesimarmi nelle folli, al limite dell’incredibile, avventure dei due gemelli congiunti (per i lettori forse più facile dire siamesi) Zek e Sam. La cornice, il ritmo della storia e l’ambientazione ricordano i film dell’epoca interpretati dal barbuto Tomas Milian, pseudonimo di Tomás Quintín Rodríguez. Tomas Milian, ottimo attore, sceneggiatore e cantante cubano naturalizzato americano che, con l’indimenticabile voce presa a prestito da Ferruccio Amendola, è ancora nella memoria romana per la sua interpretazione di Nico Grandi, poliziotto dai modi spicci ma efficaci, oppure per quella di Sergio Marazzi, er Monnezza, funambolico, abile e irresistibilmente comico ladruncolo della capitale. Un mondo vero però che esisteva, camminava e s’azzuffava per strade, un mondo cantato persino negli stornelli. Roma è la città dei grandi stornelli, spesso abilmente rivisitati dai loro più famosi interpreti in ballate della malavita, vedi le celebri Nun ce vojo sta, Roma Capoccia, Sora Rosa, E lasseme perde
Canzoni diventate spesso l’emblema e l’accompagnamento musicale di tanti film del genere. Canzoni che rispecchiano fedelmente lo spirito e l’atmosfera, o meglio il sapore che si può gustare leggendo Grosso guaio a Roma Sud di Marzia Musneci. E i suoi protagonisti, infatti, esibiscono caratteristiche che resero allora celebri quei film: l’involontaria comicità, il dolore di fondo e un’inconscia pulizia, nonostante certe spesso non limpide scelte di vita.
I protagonisti Zek e Sam, gemelli congiunti ovverosia siamesi, soli dopo la morte della madre, cresciuti nell’orfanatrofio della parrocchia, incontenibili, orgogliosi, rissosi e per questo affidati adolescenti dal prete al gestore di una piccola palestra di periferia, continuano a sfogare la loro rabbia boxando come sparring partner e vivacchiano, cercando di arrangiarsi. Ormai catalogati come balordi dalla polizia, ovverosia piccoli delinquenti di periferia, accettano l’incarico da Chick Lanzetta, un boss del quartiere, di dare una ripassata a un vecchio orologiaio, insomma una lezione che lasci il segno, per fargli abbassare la cresta. Ma l’incarico, puntualmente eseguito, si rivela solo un tranello e per loro una gran brutta grana. Il vecchio orologiaio infatti viene ritrovato morto, ucciso a coltellate. Insomma qualcuno l’ha fatto fuori e cerca di appioppar loro il brutale delitto…
Per fortuna nella loro disordinata indagine potranno contare su alcuni veri e magari imprevedibili appoggi quali: il vice ispettore Nick Castillo, che li conosce bene ed è convinto che in questo caso siano solo capri espiatori e sul suo capo, l’ottima ispettore Miriam Fantini. Un altro genere di aiuto lo riceveranno da Bob Carrezza, smaliziato giornalista di cronaca nera, ben ammanigliato anche in questura che, rischiando anche di persona, annusa nel caso guai di grosso calibro che stanno sconfinano in ogni dove. E non basta perché avranno anche l’incondizionato appoggio di Minny Morelli, il loro allenatore di boxe di Abbe, o meglio Abdullah, lo straordinario barista, erede del locale del sor Quirino e della “magica” Luz moglie di Abbe, l’albina dagli straordinari poteri di sensitiva.
Marzia Musneci, sfruttando con abilità e buon gusto le caratteristiche del giallo, immerge il lettore in una Roma di periferia, in cui già i tentacoli della criminalità organizzata influiscono e condizionano delle persone e contemporaneamente si intrecciano con antiche credenze popolari, le scelte, i dilemmi e i drammi personali di tutti i personaggi.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi è la volta di Lo strano caso del vulcano puzzifero di Geronimo Stilton, Nuova Edizione PIEMME 2015.
Per Geronimo è una normale giornata di agosto come tante altre. Sta andando a mangiare un bel gelato con il suo nipotino Benjamin alla gelateria Rattodighiaccio. Lì incontra un suo caro amico di nome Ficcanaso Squitt. Appena esce dalla gelateria Geronimo si accorge che sta nevicando, gli sembra un po’ strano visto che è agosto. Attraverso delle onde radio il suo amico Ficcanaso riesce a scoprire che il professor Bu, uno dei più malvagi di Topazia, ha costruito un laboratorio per produrre neve artificiale e conquistare Topazia. Allora Geronimo e Ficcanaso partono per il Vulcano Puzzifero, da dove proviene la neve, per mettere fine a questa storia. Sarà una lotta dura per Geronimo. Riuscirà a sconfiggere il professor Bu e tornare sano e salvo? Ma, soprattutto, salverà Topazia?…

Le letture di Jessica

Cari ragazzi,
oggi vi presento Pollicino di Charles Perrault, Giunti 2003.
In un bosco vive un taglialegna con la moglie e sette figli.
Il più piccolo si chiama Pollicino.
Si perdono nel bosco e vanno a bussare alla casa di un orco. Qui vengono messi a letto dalla moglie.
L’orco li vuole mangiare ma Pollicino cambia i cappelli dei fratelli con le coroncine delle figlie dell’orco.
Riescono a scappare e si rifugiano in una grotta.
Poi Pollicino ruba gli stivali delle sette leghe all’orco mentre dorme e corre verso il castello del re.
Riesce ad avere un forziere d’oro, ritorna a casa e compra un castello. Che forte questo Pollicino!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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